Mark Up 20 anni: intervista esclusiva a Marco Pedroni

Ampio spazio per la grande distribuzione  di qualità

Dott. Pedroni, la sua si può definire una carriera a marchio Coop.
Direi di sì. Ed è una scelta di campo, perché l’idea di passare dalla ricerca universitaria al mondo aziendale mi sarebbe sembrata un salto triplo se fossi entrato in un’azienda privata anziché nel sistema cooperativo, dove ho cominciato all’inizio degli anni Novanta: ho avuto la fortuna di accumulare un’esperienza pressoché completa prima di diventare presidente. In Nord Emilia mi sono occupato di formazione, poi di controllo di gestione, in seguito ho assunto la direzione commerciale.

Come vede la distribuzione moderna oggi e in prospettiva?
Il mercato distributivo continuerà a cambiare molto, ma più che crisi mi piace la parola ‘trasformazione’. La crisi economica e il calo del potere d’acquisto accelerano i processi di trasformazione: dallo sviluppo quantitativo, che ha trainato le imprese gdo fino ai primi anni Duemila, siamo passati a un cambiamento qualitativo delle formule e dell’offerta. E in questo senso vedo uno spazio molto importante che non è né del discount, né delle nicchie specializzate, ma è della grande distribuzione di qualità che si rivolge sicuramente a quel 40% di famiglie che ha difficoltà economiche, ma anche a tutta la popolazione italiana che vuole prodotti alimentari buoni, sicuri ed economici nel senso di ‘non costosi’.

In futuro vincerà dunque un buon mix di qualità e prezzo?
Il futuro si giocherà sempre più sugli sforzi per combinare un’offerta qualitativa e sicura a un marketing mix popolare, nel senso di “accessibile a tutti i consumatori”. Vuol dire anche dare la possibilità ai clienti di acquistare una pasta di Gragnano a 1,20 euro o un Parmigiano Reggiano a 19-20 euro al chilo con la marca Fior Fiore, la linea di prodotti a marchio Coop che raccoglie l’eccellenza gastronomica. Il prezzo rimarrà fondamentale ma sempre assicurando prodotti con adeguati standard di qualità e di sicurezza, oltre che di gusto.

In Italia si registra il più alto differenziale tra prezzo lordo di listino e quello effettivo, netto. Ci può spiegare meglio questo aspetto?
È un tema che non riguarda solo gli addetti ai lavori, ma interessa tutti i consumatori. Nelle negoziazioni industria-distribuzione il prezzo di listino finisce per includere un 40% di contributi, promozioni e sconti: vuol dire che il prezzo reale, cioè netto industriale, anziché 100 dovrebbe essere 60. In Europa questa distanza tra listino e netto è di 15-20 punti. È una pratica che, secondo me, non stimola comportamenti corretti sul fronte della domanda. Bisogna ripartire da un concetto più basico ovvero dal valore del prodotto in quanto tale, semplificando i rapporti contrattuali e dando al consumatore un’idea più chiara e diretta dei prezzi. Noi auspichiamo che anche altri si muovano nella nostra direzione.

Come vede il futuro di Coop?
Sempre orientato all’investimento, ma in una direzione più mirata all’innovazione, alla cura della qualità, non della quantità: vedo una Coop all’insegna della trasformazione più che dell’espansione.
La seconda direzione è quella del prodotto buono a prezzo accessibile e in questo discorso il soggetto principale è la nostra marca.
La terza dimensione del futuro Coop è quella del ruolo proattivo nelle campagne consumeristiche che ci hanno contraddistinto negli anni passati e che non usciranno dal nostro campo visuale.
L’alleanza con Leclerc è coerente a questi obiettivi, perché Leclerc ha avuto in Francia un ruolo analogo a quello delle Coop in Italia.

C’è una scelta che avrebbe voluto non fare?
Se tornassi indietro, farei scelte opposte sul discorso Croazia: Coop Consumatori Nordest aveva un piano di sviluppo in Croazia che avrebbe richiesto notevoli investimenti. Di fronte al dilemma incrementare gli investimenti in quella direzione o concentrarci nel Sud Italia, scegliemmo la seconda strada. Ma avrei percorso volentieri la prima, senza nulla togliere alla nostra scelta di privilegiare il Sud.

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