
2. Dubbi in merito all'improvvisazione di molti operatori, soprattutto nella produzione
L'inizio dell'inverno è anche il tempo delle fiere dedicate al gusto, periodo fecondo anche per l'editoria specializzata, con l'uscita delle numerose guide enogastronomiche, e per i panegirici sulla qualità e il recupero delle eccellenze italiane. Dopo anni di replica liturgica di questo rito urge chiarire le regole del gioco per non cadere in pericolosi fraintendimenti. Innanzitutto trattasi di un business come tanti altri e non di iniziative filantropico-culturali per il recupero dei prodotti alimentari italiani: si paga per essere selezionati, per utilizzare i marchi delle associazioni, per avere gli stand nelle varie fiere. Niente di male, basta saperlo, così va il mondo: la cultura “slow” è una fonte di business e non solo una nuova religione.
Meno accettabile è che i vari saloni delle eccellenze si siano trasformati da occasioni d'incontro culturale e di conoscenza dei prodotti a vere fiere di paese dove ogni espositore vende i suoi prodotti e fa pagare le degustazioni ai visitatori senza emissione di regolare scontrino. Ma anche questa è un'eccellenza tutta italiana. È necessario anche chiarire che si tratta di prodotti premium, come li definiscono gli anglosassoni, ovvero prodotti di nicchia, di qualità e dal costo elevato, diretti a una clientela altospendente che spesso li consuma fuori casa. Sapori non da tutti i giorni, per portafogli pesanti. È una notizia sorprendente e nello stesso tempo confortante il recupero di una specifica varietà di patata, di un salume o un formaggio prodotti artigianalmente, non di rado in condizioni limite. Quando, però, queste specialità cominciano a superare i 50 euro al kg, per il cliente medio non si tratta più neanche di curiosità ma di voyeurismo: collezionismo alimentare invece che divulgazione per le masse. È più onesto e coerente ammettere che questi prodotti sono per forza rivolti a un pubblico di élite che acquista, spende e consuma. Sorprende poi la fioritura di aziende e mercati nati proprio sul tronco di questo settore agro-industriale: se frequentate questi eventi o leggete le guide collegate scoprite che a fianco di produttori di altissima immagine e qualità vi sono anche aziende nate da poco, molto brave a presentarsi, ma molto più discutibili dal punto di vista delle garanzie nei processi produttivi. Sorge il dubbio che qualcuno moralmente meno inibito nella pratica commerciale abbia subodorato l'affare buttandocisi con l'intenzione di sfruttare la moda del momento specialmente in settori meno legati a regole e disciplinari.
Sarebbe interessante analizzare i prodotti presenti in queste esposizioni: se ne vedrebbero delle belle. Colpa anche dei clienti: il contadino non si fa certo abbindolare, mentre il manager gourmand che si crede Paul Bocuse è più suggestionabile.
In un mondo normale la gente si meriterebbe una qualità universale dei prodotti alimentari, garantita per tutti, senza discriminazioni di censo o di status socio-economico, come regola di vita civile, senza patemi d'animo per mucche pazze o latti avvelenati come quello cinese.
*M&T
Esame fallito
Abel & Cole è la più grande compagnia inglese di spedizioni a domicilio di prodotti alimentari biologici: frutta, verdura, carne, pesce e prodotti caseari, inviati a 50.000 clienti, per un fatturato di 35 milioni di sterline.
Ma non è stato sempre così. All'inizio per pagarsi gli studi i fondatori vendevano porta a porta le patate normali.
Acqua per tutti
È un movimento silenzioso che senza tanto battage percorre la penisola da nord a sud: la riapertura delle fontanelle pubbliche per consumare e inquinare meno. A Settimo Rottaro, nel torinese, è stata addirittura inaugurata la prima fontana pubblica di acqua liscia e gasata con impianto di depurazione: niente più acqua minerale comprata al supermercato e bottiglie di plastica da smaltire.





































