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1. La problematicità è trasversale a sicurezza e qualità
2. Risulta più alta in aree considerate di moda: responsabilità sociale e rispetto ambientale
La conformità presunta porta nei mercati di largo consumo alimentari ed extra-alimentari un numero non certo trascurabile di referenze a criticità e/o problematicità elevata. Situazione che non favorisce i retailer, alle prese con assortimenti via via più larghi e connesse complessità di approvvigionamento; ma neppure i consumatori finali, ai quali vengono risparmiate le informazioni di più difficile gestione. Secondo stime medie sollecitate da MARK UP a Intertek, 5° gruppo mondiale nel mercato testing-inspection-certification,
generalmente un controllo sistematico su un quantitativo significativo di item riscontrabili a scaffale in un ipermercato (indicativamente 5.000) può comportare un risultato di prodotti non in linea con le attese anche nell'ordine del 30-40%.

La trasversalità
Tale mancata conformità finisce per essere trasversale negli ambiti di sicurezza o qualità. Risulta più elevata, poi, in quei domini nei quali il produttore/fornitore punta a ottenere in primis benefìci diretti o indiretti di marketing: risparmio energetico, rispetto ambientale, responsabilità sociale. Qui, spesso, si ricorre al trucco cosmetico fin dalla partenza, richiedendo al certificatore la verifica di un semplice rispetto della legislazione locale. Appare evidente come imporre, viceversa, codici di condotta interni, solitamente più restrittivi di quanto previsto dalle non omogenee norme nazionali riscontrabili nel mercato globale, diventi indicatore primario della genuina volontà d'impresa di perseguire risultati concreti sui terreni spigolosi del lavoro minorile, salario femminile, condizioni ambientali, contenimento infortuni.
Il discorso non si esaurisce, comunque, alla tipologia di controllo. Perché, secondo quanto affermato a MARK UP, quando si spinge l'analisi a livello di categorie di prodotto, anche sicurezza e qualità possono presentare elevati livelli di non conformità: per esempio in alcuni segmenti dei piccoli elettrodomestici o nei giocattoli.
I riscontri
Agire per conto dei retailer presenta vantaggi e svantaggi. È da segnalare la loro propensione psicologicamente favorevole all'individuazione della mancata conformità: come se un'assenza di riscontri negativi finisse per mettere in cattiva luce l'attività stessa del controllore. Senza, però, che il timore di incappare in complicazioni commerciali sia in grado di spingerli con forza al superamento dell'ostacolo principale: che va ricercato in una consapevole strategia di formazione del proprio personale, mirata tanto alla conoscenza dei fenomeni quanto alla coscienza dei pericoli.
Di minor soddisfazione - se possibile - l'attività sul versante produttivo. Dove la segnalazione di incongruenze non porta ad automatiche correzioni da parte dei committenti. Anzi, non mancano casi di rinuncia alla certificazione tout court oppure di analoghe richieste effettuate in un secondo momento presso società di auditing più compiacenti. Uno degli uffici che compone l'articolata specializzazione di Intertek è costituito, infine, dal dipartimento antifalsificazioni: si occupa di individuare e frenare da un lato l'opera di indebita duplicazione dei certificati, dall'altro la creazione di documenti fasulli.
Dietro le quinte
Lo scenario pare dolente prima ancora di arrivare al punto classico del chi controlla il controllore. Problema più teorico che pratico. I primi 15 gruppi internazionali specializzati raccolgono, infatti, dagli 800 ai 2.000 milioni di euro in attività di controllo che vanno oltre il largo consumo. Costituiscono un buon retroterra per resistere alle pressioni dei committenti.
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• Possibilità per i retailer di incrociare numerosi item |
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| • Scarsa coscienza/conoscenza |
































