2. Intanto negli Usa si interrogano sui nuovi stili alimentari in Italia
3. Dove lo slittamento pare evidente
Qualche tempo fa il patrimonio alimentare italiano della dieta mediterranea è stato proposto come patrimonio culturale immateriale dell’umanita dell’Unesco. Le sue doti non sono soltanto nutritive, dunque, ma anche storico-sociali nonché culturali. E, soprattutto, globali.
Le incoerenze
All’estero si intercettano, intanto, curiose incoerenze in merito alla dieta mediterranea. Sul territorio americano - di primaria importanza per i produttori di casa nostra - da un lato capita di leggere il New York Times che annuncia la morte della cucina italiana, portando in suo favore dati relativi al mondo giovanile: pare infatti che il 50% della popolazione dei connazionali italiani sia in sovrappeso (indizio forte di mancato rispetto di una dieta mediterranea). Dall’altro lato, però, ecco spuntare la nascita a New York della Italian Culinary Academy, prima grande scuola di cucina italiana per la ristorazione negli Stati Uniti, frutto della partnership tra Alma (autorevole scuola di cucina italiana guidata da Gualtiero Marchesi) e The French Culinary Institute di New York (dinamica scuola di cucina negli Stati Uniti). Si sono unite per inserirsi in un mercato, quello degli States, in cui operano ben 25.000 ristoranti italiani.
Tornando all’articolo del Nyt, l’impressione di Fabio Parasecoli, docente della New York University e riferimento dell’ufficio americano di Gambero Rosso, è che non si stia mettendo in discussione la validità della dieta mediterranea come modello alimentare, ma il fatto che le popolazioni sulla sponda del Mediterraneo stiano adottando dei modelli diversi e, purtroppo, meno sani.
Tempi di crisi
Nell’attuale contingenza di prezzi alle stelle e cali di consumi cosa succede, infatti, in tema di mantenimento delle buone abitudini alimentari? Una delle soluzioni proposte consiste nel coniugare risparmio e qualità, accorciando la filiera agroalimentare. In questa direzione va, per esempio, l’accordo annunciato tra Confederazione italiana agricoltori e Confesercenti sul disciplinare della ristorazione certificata con l’obiettivo di un risparmio minimo del 10% e la garanzia del biologico e del legame con il territorio in tavola.
Però quello economico-finanziario potrebbe in teoria essere un falso problema, poiché storicamente la dieta mediterranea è frutto di condizioni economiche e sociali di estrema povertà. Non una scelta, ma una necessità. In realtà, poi, i prodotti ricchi di zuccheri e grassi sono oggi meno costosi, spesso, dei prodotti freschi. Vengono quindi preferiti da fasce di popolazione meno abbienti che, tra l’altro, consumandoli si sentono in qualche modo partecipi del benessere goduto dal resto della popolazione.
Il cambiamento
Uno slittamento dei consumi in Italia pare evidente, se si guarda a quanto emerso anche all’ultimo Sana di Bologna. Secondo i dati di Confederazione italiana agricoltori si registrano contrazioni dei consumi nazionali nei prodotti principe della tavola italiana: pane (-7,3%), pasta (-4,5%), frutta (-2,8%), verdure (-3,2%), vino (-8,4%). Una tendenza confermata nei primi sette mesi del 2008, con il perdurare del calo per gli ortaggi e le verdure (-1,5%), l’olio d’oliva (-2,7%), il vino e lo spumante (-1,2%).
*Brd Consulting
MEDITERRANEO ITALIANO
21.300: le aziende neoproduttrici Dop dal 2005
32: le nuove filiere certificate dal 2005
4 ettari: la superficie agricola media aziendale (Dop)
PIÙ
• Universalità del gusto
• Notorietà globale
MENO
• Mancanza di brand nazionale
• Slittamento dei modelli alimentari
Continua su Mark Up 174 - Febbario 2009
































