
2. L’economia è sempre più terziarizzata
3. La questione diventa aritmetica
È ancora diffusa la convinzione che il miglioramento delle performance economiche del paese dipenda dal successo dell’industria, prevalentemente in termini di competitività delle esportazioni. Qui non ho alcun intento polemico né preferenze ideologiche nell’affrontare il tema. Ma l’impostazione non mi convince. L’industria italiana è certamente importante, anzi fondamentale, per la crescita economica. Però certe classificazioni produttive hanno ormai poco senso: attività che oggi chiamiamo servizi un po’ di tempo fa erano incluse nell’ambito dell’industria. Si pensi al marketing di un’azienda di produzione. Se l’ufficio marketing sta dentro l’azienda industriale è, appunto, industria. Se invece la funzione viene richiesta a una società specializzata diventa consumo intermedio dell’azienda di produzione e valore aggiunto dei servizi. Questo è un caso di servizio la cui produzione è domandata dall’industria. Tuttavia, anche trascurando i servizi che non sono governati da logiche di produzione, come i servizi alla persona, si deve notare che il processo appena esemplificato implica una maggiore produttività di capitale e lavoro dovuto alla crescente specializzazione. Il processo implica nel tempo un progressivo allentamento del legame tra punto di origine della domanda e unità produttrice del servizio, fino al raggiungimento di un’attività di servizio che genera modelli e proposte - e quindi valore - al di là delle semplici richieste. È il tema della terziarizzazione dell’economia che chiede e offre sempre più il prodotto del capitale umano, autonomo e indipendente e innovativo rispetto al ruolo e al funzionamento delle macchine.
Un po’ di conti
A questo punto non posso evitare di fare qualche conteggio. Le tabelle allegate mostrano la composizione del valore aggiunto e degli occupati - nella metrica delle unità di lavoro standard, che considerano due occupati a metà tempo come una sola unità a tempo pieno - per grandi aggregati settoriali. Non solo il peso dell’industria è minoritario ma esso risulta anche decrescente e ciò accade per il complesso di ragioni già evidenziate.
Ora, poiché misuriamo la crescita economica (sintetizzata dalla dinamica del Pil pro capite, indicatore miope e ristretto, ma comunque significativo e utile) attraverso strumenti coerenti con quelli utilizzati per definire le grandezze riportate in tabella, dovrebbe essere evidente che:
- o si riesce a sviluppare la produttività del lavoro e la produttività totale dei fattori nell’ambito dei servizi;
- oppure nessun incremento di competitività nell’industria, magari all’esportazione, potrà generare quegli impulsi di dimensioni tali da fare crescere la ricchezza nazionale in modo apprezzabile.
La questione è aritmetica: essa definisce la trappola nella quale ci dibattiamo senza trovare una via d’uscita. Si pensi che i programmi internazionali per il finanziamento dell’innovazione solo marginalmente toccano i servizi. E ancora meno coinvolgono l’area del commercio. Per esempio, solo di recente e solo in rarissimi casi è innovazione eleggibile per un finanziamento comunitario la ricerca su nuovi formati di vendita, nuove formule di gestione e organizzazione del punto di vendita o di design del negozio. Insomma, siamo scoperti sulle aree a più alto potenziale di sviluppo.
La riflessione
Nella parte di pianeta oggi industrializzata o terziarizzata i beni materiali per il consumo di base sono sufficienti. La nuova domanda è domanda di tempo e abilità rivolta a qualcuno che abbia cura di noi. Per far crescere la nostra soddisfazione legata al consumo di beni dobbiamo decomporli e riaggregarli in modo che risultino più gradevoli, anche sotto il profilo etico e ambientale, più belli, che ci facciano risparmiare tempo, che ci coinvolgano in un’esperienza ricca di senso. Tutto questo è servizio, cioè ingegno dell’uomo incorporato nei prodotti. La controparte economica è che saremo disposti a pagare di più per questi nuovi oggetti-servizi. La controparte di contabilità nazionale è che crescerebbe il Pil. Mi pare che in Italia non sia stata ancora sviluppata un’adeguata riflessione su questi temi.






































