
2. Più risorse disponibili nei bilanci dei cittadini-consumatori
Dovremmo forse essere usciti dal periodo della legislazione anticrisi (salvo qualche coda sugli ammortizzatori sociali). È presto per fare una valutazione degli effetti ma qualche riflessione generale può essere utile. Considerando il decreto istitutivo della carta acquisti, i provvedimenti collegati alla legge finanziaria e l'ultimo sugli “incentivi”, le tessere del mosaico sono parecchie. L'ampia pluralità di interventi implica che ciascuno di essi costituisca una piccola parte del tutto e, alla stregua di un puzzle, ogni tessera contiene solo una frazione ridotta del disegno complessivo. Quest'ultimo dovrebbe desumersi dai documenti di cornice oppure dalle dichiarazioni del governo. Posto che, data la gravità della situazione, non è il momento delle critiche e dei conflitti, resta il fatto che la frammentarietà dell'approccio costituisce un limite delle manovre almeno sotto il profilo della comunicazione del messaggio ai cittadini e, quindi, dell'eventuale effetto fiducia che sempre si spera si inneschi.
Una linea d'azione semplice
Il sostegno ai poverissimi con la carta sociale, quello ai meno abbienti con il bonus famiglia, quello ad alcuni settori produttivi attraverso l'articolato provvedimento sugli incentivi, il sostegno alle imprese attraverso la detrazione parziale dell'Irap e ora la fiscalità di distretto e tanti altri piccoli interventi rappresentano buone azioni frutto di ancor più lodevoli intenti, ma l'efficacia - cioè il vantaggio ex post di queste azioni come crescita economica aggiuntiva rispetto alla situazione in assenza di provvedimenti - appare esigua (uno o due decimi di punto, secondo autorevoli centri di ricerca). Ma il sentiment deve essere positivo e quindi occorre sperare per il meglio.
Non credo, però, di essere l'unico a porsi una domanda: non si potevano sostituire tanti piccoli provvedimenti, alcuni di difficile attuazione tecnica, con un'unica manovra generale, facile da trasmettere ai cittadini e dall'impatto immediato? Penso semplicemente a una riduzione generalizzata delle aliquote Irpef oppure alla riduzione di un paio di punti dell'aliquota del primo scaglione, in entrambi i casi con un contributo per gli incapienti. Questa linea d'azione prescrive di ridurre le imposte nel ciclo negativo e ridurre le spese in quello positivo in modo tale da descrivere un trend di sviluppo con meno Stato nell'economia e nella vita di cittadini e imprese (l'ipotesi interventista coniuga più spesa pubblica nei picchi inferiori da compensare con più tasse in quelli superiori, con uno sviluppo del peso dell'operatore pubblico nell'intermediazione di risorse rispetto al ruolo - progressivamente residuale - del mercato). L'impostazione sarebbe poi realmente democratica (e più equa): il migliore incentivo alla spesa è lasciare più risorse disponibili nei bilanci dei cittadini-consumatori. Essi decideranno come spenderle, secondo cultura e preferenze acquisite e consolidate in ambito privato. L'iscrizione a un corso di lingua, l'abbonamento a teatro, una dieta di migliore qualità, il ricambio del guardaroba sono consumi di pari dignità rispetto all'autovettura o al mobilio. D'altra parte, la dignità dei consumi è una questione che, almeno fino a oggi, si pone e si risolve sul piano famigliare senza l'intervento di estranei.
Un orientamento dettato dal pregiudizio politico
Un'obiezione riguarda i costi. Se sommiamo social card (0,5 miliardi di euro), bonus famiglie (2,6) e incentivi (2) otteniamo poco meno del costo di una riduzione generalizzata di un punto dell'Irpef (7 miliardi di euro circa). In ogni caso, ponendo quella somma come massimo, apparirebbe fattibile un'azione di rimodulazione della sola aliquota più bassa, con spazio per un contributo agli incapienti. Se poi consideriamo che i 400 milioni di euro per l'accollo della maggiore onerosità di alcune tipologie di mutui sono inutili, perché i tassi d'interesse sono calati sotto il tetto che implicherebbe il diritto al beneficio, si vede che la capienza sarebbe stata rispettata. Ora i lettori di MARK UP si chiederanno: ma possibile che ministri e funzionari non ci abbiano pensato? No, non è possibile, infatti. Alcuni ministri hanno pensato a questo e a ben altro. La scelta, a mio avviso, è stata però orientata da un pregiudizio politico. In sostanza il governo deve fare il più possibile perché è vicino a famiglie e imprese. L'opzione che le istituzioni pubbliche possano anche non fare ma semplicemente creare un quadro regolamentare trasparente ed efficiente affinché famiglie e imprese liberamente facciano non è stata presa in considerazione. È un riflesso di un dirigismo più o meno latente per cui lo Stato sa meglio di noi cosa è buono e giusto per noi stessi.





































