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Importiamo merci ed esportiamo negozi: come cambia l’economia
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Importiamo merci ed esportiamo negozi: come cambia l’economia
Il terziario, unico settore in grado di reggere la globalizzazione, non ha in Italia un quadro normativo adeguato. (Da MARK UP 177)
Danilo Fatelli
1. Il terziario è l’unico settore in grado di reggere la globalizzazione
2. È urgente definire un quadro normativo adeguato per il commercio moderno
3. Le numerose restrizioni protezionistiche ancora presenti vincolano lo sviluppo di un settore vitale per l’economia


“Crisi” è la parola che in tutti i discorsi ricorre con maggior frequenza, nonostante ciò appare del tutto inadeguata a definire la raffica di eventi negativi che si susseguono nel tempo, con intervalli, fra l’uno e l’altro, sempre più brevi. Lo scenario che si configura vede ridimensionati e messi in discussione i pilastri finanziari dell’economia, Borse e banche, mentre quello industriale deve accettare la sconfitta della formula “Ricerca & Sviluppo” su cui tutto il mondo occidentale basava il proprio successo contro il dumping del costo del lavoro attuato dai paesi asiatici. Il solo terziario, essendosi uniformato al cambiamento degli stili di vita e della disponibilità di reddito dei privati, integrato con la produzione o divenendone fattore di traino, si è fortemente innovato, diventando, così, il protagonista dell’economia.
Appare, perciò, sconcertante che non si sia avviata, a nessun livello, una riflessione sull’adeguamento degli attuali strumenti normativi alla trasformazione di un settore sempre più complesso che, nel tempo, ha assorbito pressoché tutte le funzioni delle filiere dei beni e dei servizi di largo consumo.
Le attuali normative sono il frutto di un perenne ritardo, rispetto alle mutazioni dello scenario economico, che è stato pagato con la fragilità o l’assenza di imprese nazionali di dimensioni competitive. Dopo il lungo iter delle varie edizioni della legge 426 (o Marcora), ispirate al più rigido dirigismo, la prima regolamentazione dei centri commerciali arriva solo nel 1988 con il testo unico di Ravazzi e la prima legge di riforma del sistema nel 1998 con il decreto Bersani. Tutto si conclude con la riforma federalista dello Stato del 2005 con la quale si trasferiscono alle regioni le competenze in materia commerciale così che, di fatto, lo sviluppo del settore resta affidato al loro protezionismo. La Bersani resta il riferimento, non ufficiale, a cui le regioni più o meno si ispirano, ma gli indirizzi che conteneva erano rivolti a disciplinare la realtà precedente e mancava, viceversa, di una visione d’insieme del cambiamento delle dinamiche della distribuzione nel contesto della globalizzazione. La sua mancanza di visione strategica è testimoniata dalla focalizzazione sulla moderna distribuzione alimentare e dalla mancata percezione che l’innovazione di sistema sarebbe venuta dal non alimentare e da altri settori, come la ristorazione veloce o i multisala e che il loro insieme avrebbe caratterizzato la nuova distribuzione moderna. A conferma di questa trasformazione ci sono i casi di Zara o Ikea, la cui integrazione di filiera e il loro posizionamento discount dei prezzi, ma non della qualità dei prodotti e del punto di vendita, ha sovvertito la logica di tutte le categorie distributive fin qui conosciute o il ridimensionamento in atto delle superfici di molti iper a favore delle gallerie dei centri commerciali.

Una situazione sospesa
Nel vuoto di riferimenti politici e di potenziale anarchia regionale, la sfida per assecondare lo sviluppo del solo caposaldo economico in grado di adeguarsi rapidamente alla trasformazione dell’economia consiste nella definizione di indirizzi generali e di nuove regole per la creazione e la gestione di attività commerciali a correzione di una legislazione, comunque, sostanzialmente dirigista e illiberale.
Sarebbe sufficiente emanare indirizzi generali di liberalizzazione e di facilitazione dell’espansione delle imprese eliminando i numerosi vincoli protezionistici ancora esistenti, favorendo le integrazioni virtuose di formule distributive e di attività che concorrano al contenimento dei costi e all’economicità della gestione (orari, costi delle locazioni commerciali, rendite di posizione che mettono a rischio imprese e posti di lavoro) con l’ovvio obiettivo di contenere i prezzi (la competitività del nostro paese è modesta) in un regime di crescente sofferenza dell’occupazione e del reddito delle famiglie.
La maggior libertà d’impresa dovrebbe trovare un limite, da un lato in norme urbanistiche severe e dall’altro in un inquadramento dei rapporti fra industria e distribuzione che imponga trasparenza delle condizioni di vendita, ne impedisca la discriminazione, elimini l’anacronistico sottocosto e, in questa fase di difficoltà di finanziamento, stabilisca regole rigorose per i tempi e le garanzie di pagamento dei fornitori.



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