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Pensieri sulla recessione italiana e sulla cosiddetta crescita a debito
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Pensieri sulla recessione italiana e sulla cosiddetta crescita a debito
La crisi finanziaria è indirettamente generata dall’eccesso di liquidità conseguenza dell’eccesso di debito da consumi. Ma il legame con la crescita è tutt'altro discorso. (Da MARK UP 183)
Mariano Bella
1. Fra le cause della recessione il modello della crescita a debito?
2. Qualche ragionamento, anche di natura tecnica
3. Astraendo completamente dai dettagli


I conti nazionali si fanno tirando una riga su un foglio di carta: da una parte si mettono le componenti che rappresentano il modo in cui si ripartisce il Pil (cioè investimenti, consumi, spesa pubblica, esportazioni - al netto delle importazioni, per esempio, di beni di consumo acquistati a debito); dall'altra parte del foglio, e indipendentemente dalle poste riguardanti la spesa, si fanno i conti del Pil riguardo a cosa si è prodotto. I conti dalle due parti del foglio devono sommare alla medesima cifra (il Pil) e le normali discrepanze statistiche vengono aggiustate sempre attraverso metodi standard (il bilanciamento). Le due parti del nostro foglio sono riempite sulla base dei risultati di una pluralità di indagini tra loro differenti, realizzate ed elaborate da persone diverse all'interno di uffici separati degli istituti nazionali di statistica.

Pomi per panini
In altre parole, la dizione della vulgata 'crescita a debito' rappresenta il collasso di una molteplicità di passaggi che vanno esplicitati. È vero che la crisi finanziaria è indirettamente generata dall'eccesso di liquidità a sua volta conseguenza dell'eccesso di debito dovuto a troppi consumi, ma il legame con la crescita è tutto un altro discorso.
Facciamo l'esempio di un'economia fatta da una persona che produce una mela e si nutre di un panino (importato), scambiati alla pari (nell'unità di tempo). Se un giorno il tizio decide che deve nutrirsi di più e richiede due panini, producendo sempre una mela, dovrà indebitarsi, se i prezzi relativi dei due beni non mutano (sempre un panino per una mela). Se trova qualcuno che gli fa credito, nel breve periodo i suoi desideri saranno soddisfatti. Il debito cresce a seguito del raddoppio dei consumi, ma ciò non incide affatto sulla crescita economica (sempre pari a zero visto che il tizio produce costantemente una mela per unità di tempo). Il suo conto del Pil è una mela da una parte (prodotto=1) e, dall'altra, consumi uguale a due (panini), esportazioni pari a uno (mela) e importazioni, col segno meno, pari a due (panini). Tutto torna: 1=2+1-2. Quando il creditore si sarà stufato e chiederà il rientro, il tizio produrrà sempre una mela ma consumerà zero (più il grasso accumulato) e il suo conto del Pil avrà da una parte una mela prodotta (risorse) e dall'altra (gli impieghi) una mela esportata.

Cosa c'è di vero?
Ammetto che l'esempio è troppo semplicistico per essere preso sul serio ma, a mio avviso, suggerisce lo stesso che il legame tra crescita e debito, se c'è, è ben più sfumato e complicato di quanto si voglia oggi fare credere. Tornando alla realtà delle statistiche, passo a dimostrare che solo una frazione della crescita (del Pil) può essere collegata ai consumi finanziati con l'emissione di debito.
Tra il 1993 e il 2008 il Pil reale procapite, al netto delle variazioni monetarie e dei cambi, è cresciuto complessivamente nel Regno Unito del 47,6%, in Spagna del 40%, negli Stati Uniti del 34,5%, in Italia del 16,3%. In un periodo di 16 anni, l'economia vera del nostro paese si è, dunque, sviluppata a un tasso tra la metà e un terzo di quella dei principali paesi dell'economia di carta e delle bolle immobiliari. Si tratta di dati basati su standard condivisi da tutti gli istituti di statistica nazionali e internazionali, ma secondo i sostenitori del modello italiano dell'economia del fare, la crescita degli altri paesi, al contrario della nostra, è una falsa crescita.
Ora è importante capire cosa e quanto ci sia di falso. L'esame dei conti nazionali statunitensi o inglesi mette in evidenza un'accentuazione della crescita dovuta ai servizi finanziari e immobiliari (la parte drogata dalle bolle). Se depuriamo il valore aggiunto totale dalle suddette componenti, tra il 1998 e il 2006 la ricchezza nazionale è cresciuta mediamente del 2,6% all'anno negli Usa e del 2% nel Regno Unito, mentre in Italia, pure comprendendovi proprio quei settori immobiliari e finanziari esclusi dal computo per Usa e Regno Unito, di appena l'1,3%. Tale differenza, per costruzione, non può essere imputata a fenomeni di debito o speculazione. Il debito è un'altra questione.

Il tempo delle mele
Evidentemente c'è qualcos'altro alla base di questi differenziali:
  • sistemi di alta formazione che attraggono capitale umano da tutto il mondo
  • investimenti nelle tecnologie dell'informazione e delle comunicazioni
  • una burocrazia snella e funzionante
  • una maggiore valorizzazione del talento, della creatività, del merito
  • una minore imposizione tributaria sul reddito da lavoro
Sono fattori in grado di sviluppare, a parità di input produttivi, il valore aggiunto procapite generato dal processo economico: il modo realistico per migliorare la situazione economica e patrimoniale per il tizio delle mele, che gli permettono di imparare a fare due o tre mele per unità di tempo attraverso metodi di produzione più efficienti.

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