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L’accettazione del mercato prevede l’accettazione dei prezzi
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L’accettazione del mercato prevede l’accettazione dei prezzi
Si può discutere l’ipotetica convenienza di un ritorno all’economia pianificata, ma non ammettere la discussione con chi accetta il mercato, ma non le sue conseguenze. (Da MARK UP 185)
Mariano Bella
1. Nessun ruolo benefico, nessuna influenza miracolistica
2. Ma vantaggi dal supporto al buon funzionamento del principale bene pubblico


Di tanto in tanto si sente parlare di controllo dei prezzi o di moratoria (?) sui prezzi (sempre al consumo) per tutelare i consumatori. La questione è confusa e mal-trattata. Conviene tornarci su.
Preliminarmente noterò che il sistema dei prezzi è funzione dell'agire delle forze sul mercato. Eliminate e controllate le posizioni dominanti o di abuso, cioè definito un mercato efficiente e non deficiente (nel senso che alloca male le risorse), accettare il mercato vuole dire accettare i prezzi. Dunque, se potremo discutere l'ipotetica convenienza di un ritorno all'economia pianificata (in cui qualcuno gestisce in nome e per conto nostro il sistema dei prezzi - e tutto il resto che ne consegue, cioè tutto), non ammetteremo invece la discussione con chi accetta il mercato, ma non le sue conseguenze.

Il vero ruolo
Nell'ambito del clangore mediatico, qualcuno si spinge ad assegnare al mercato ruoli benefici e influenze miracolistiche che, in realtà, il mercato non ha e non può avere. Per esempio, il mercato concorrenziale, libero e disponibile per l'entrata di nuovi imprenditori, non rende con la semplice partecipazione più liberi consumatori e imprenditori di quanto essi siano in partenza. Il mercato prende e dà in modo equo, nel senso che premia e punisce secondo i meriti di ciascuno in funzione, quindi, di una giustizia proporzionale.
Se un lavoratore è povero di abilità e competenze il mercato lo remunererà poco. In altre parole, non lo rende libero, nel senso di meno povero. E se, poi, la sua remunerazione concorrenziale sarà al di sotto di una soglia minima che la politica ritiene invalicabile, occorrerà intervenire.

Le soluzioni
E qui si divaricano le ricette: quella interventista pretenderebbe di correggere gli esiti del mercato modificandone il funzionamento, per esempio con il controllo dei prezzi. Quella liberale - che sostengo - integra gli esiti senza intervenire sul funzionamento dello strumento. Vediamo.
Poniamo di avere due persone con redditi diversi che desiderano lo stesso bene (immaginiamo che esista un mercato e che politici e imprenditori non possano conoscere perfettamente i loro clienti). Il povero può pagare al massimo 20, il ricco 40. Se il prezzo di mercato è 40, solo il ricco fruirà del bene. Il povero vedrà frustrate le sue aspirazioni. L'interventista (superficiale, come sono molti sedicenti opinionisti oggi) suggerirà un provvedimento di riduzione del prezzo a 20 in modo tale che il povero possa acquistare. Così facendo, a ben vedere e trascurando altri effetti perniciosi, è il ricco che ne trarrebbe i massimi vantaggi: esattamente 20, cioè la differenza tra la sua disponibilità a pagare e il prezzo effettivamente richiesto. La suggestione liberale è, invece, di integrare il reddito del povero ex post sia mediante il prelievo di imposte sul prezzo al consumo pagato dal ricco sia mediante altri trasferimenti, anche di tipo intergenerazionale (debito pubblico) se il bene in questione è essenziale. In tal modo chi può pagare paga, le imposte hanno un effetto redistributivo corretto e il mercato fa tutto quello che può fare, segnalando a eventuali imprenditori la profittabilità di investimenti nella produzione del bene con possibili effetti di incremento di produttività cui conseguirebbero spontaneamente riduzioni di prezzo al consumo.
Come ordine spontaneo degli scambi e dei comportamenti individuali, adattabile, accessibile, semplificatore di informazioni, libero perché prescinde dagli individui e opera in favore dell'insieme dei soggetti, il mercato costituisce il principale bene pubblico delle economie avanzate: se non ci fosse dovremmo inventarlo.

Sulle politiche anti-trust
  • L'errore più frequente è quello di attribuire al mercato la produzione di una giustizia redistributiva
  • Essa compete, invece, all'esito del voto politico dei cittadini
  • Che stabiliscono le soglie di intervento per le azioni assistenziali nonché di quelle volte a modificare le condizioni di partenza o di arrivo dei soggetti coinvolti nel mercato
  • Mai dovrebbero riguardarne il funzionamento. Per essere sicuri di questo ragionamento si ricordi che le politiche anti-trust non sono contro il mercato o intese a correggerne gli esiti quanto in favore del funzionamento del mercato o della creazione dello stesso dove non c'è e, invece, potrebbe o dovrebbe esserci.

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