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Ex lege l’agricoltura a mercato non mira a facilitare il cliente
Mercati agricoli
Ex lege l’agricoltura a mercato non mira a facilitare il cliente
Si concretizza nei mercatini un’intensa azione a sostegno della categoria. Le criticità del limite ai prodotti locali e nell’integrazione di assortimento (Da Mark Up 187)
Mariano Bella
21 Aprile 2010
Il pezzo del professor Morace sul numero 185 di gennaio-febbraio 2010 di MARK UP mi offre incidentalmente lo spunto per qualche considerazione (approssimativa) sui mercatini degli agricoltori citati, nell'articolo, come casi commerciali in linea con le esigenze dei nuovi consumatori. Senza fare una noiosa disamina dei provvedimenti che costituiscono il presupposto giuridico per questa formula commerciale nel caso italiano, vorrei sottolineare che l'anomalia che li caratterizza, grave in punto di principio, è proprio la decisione ex lege che li ha generati. Mentre il commercio elettronico trova vitale presupposto nella tecnologia e nella dematerializzazione degli atti d'acquisto o i temporary shop nascono come marketing e vendita che si scambiano i ruoli arricchendoli reciprocamente mediante la creazione di un'esperienza - il negozio a tempo spesso non serve a vendere, ma a creare attitudine all'acquisto che, poi, viene effettuato altrove o via internet; nel caso dei mercatini degli agricoltori, invece, tutto nasce dall'azione di lobby di un'organizzazione di rappresentanza degli agricoltori che ha trovato sponda nelle istituzioni. Qui non è il mercato, ma la politica, a decidere delle formule distributive.

L'aiutino
L'impianto complessivo non mira a fornire nuove opportunità ai consumatori, è finalizzato al contrario a una riserva di operatività garantita per legge a una frazione di privilegiati. Così, alcuni agricoltori potranno diventare commercianti senza rispettare le regole del commercio, ma approfittando dei sussidi all'agricoltura - tra 10 e 25 miliardi di euro annui (di cui, però, beneficiano soprattutto le grandi imprese, mentre larga parte dei piccoli coltivatori ne resta esclusa). A parte la difficoltà oggettive di accertare il reddito di questi soggetti - in molti casi non c'è l'obbligo dello scontrino fiscale - c'è da ricordare che fino a una quota del 49% il fatturato può derivare da vendita di prodotti che non hanno nulla a che vedere con l'attività di coltivazione del fondo agricolo. Forse molti lettori non lo sanno, ma è proprio così: se l'agricoltore-neocommerciante vende attrezzi per il giardinaggio o una bevanda di marca non paga le imposte sul reddito come un commerciante, bensì come un agricoltore (assoggettato, cioè, alle misure agevolate per il reddito agrario).

La prossimità… lontana
Nuove leggi si aggiungono alle vecchie: una frazione rilevante degli spazi delle aree pubbliche destinate all'ambulantato a posteggio fisso deve essere riservata agli agricoltori-neocommercianti. Essi, in aggiunta, possono tenere aperto quando e quanto vogliono e non pagano le tasse per l'occupazione di suolo pubblico. L'ultima novità riguarda le franchigie per i cosiddetti prodotti locali (per giunta di qualità, senza che questo scivoloso parametro risulti in alcun modo definito). Ma i chilometri zero per gli agricoltori-neocommercianti sono cinquanta chilometri dal confine regionale, con evidenti distorsioni e discriminazioni sulla base della struttura geografica delle diverse regioni: vigili urbani e guardia di finanza avranno un bel da fare per stabilire se una melanzana viene da una coltivazione situata a 49 o 51 chilometri di distanza dal suddetto limite regionale. Ne vedremo delle belle o, meglio, delle brutte, perché questo servizio pubblico è pagato con le nostre imposte. Apprendiamo, infine, che la grande distribuzione avrà degli sconti sugli oneri legati alla realizzazione di nuovi negozi se promette di destinare una frazione ingente dei propri spazi a prodotti del territorio. Tuttavia, se lo ritenesse conveniente, qualsiasi distributore grande o piccolo potrebbe tenere già oggi il 100% dei propri spazi d'offerta dedicato ai prodotti locali. Se non lo fa è, forse, perché non conviene o possibilmente perchè tutti questi prodotti locali non ci sono (come il passivo della nostra bilancia commerciale alimentare testimonia).

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