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Decreto incentivi in vigore, fragile consolidamento della ripresa
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Decreto incentivi in vigore, fragile consolidamento della ripresa
Se oggi si premia un settore, domani bisognerà compensarne un altro penalizzato dal primo provvedimento. (Da MARK UP 188)
Mariano Bella
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1. Toccare l’Irpef costa troppo
2. Le famiglie risparmierebbero le risorse aggiuntive
3. Ma è tutto vero?


È da poco entrato in vigore il cosiddetto “decreto incentivi”. Guardando alla parte relativa al sostegno dei consumi delle famiglie, gli aiuti si rivolgono a elettrodomestici, mobili per la parte delle cucine, internet veloce per i giovani, motocicli e un pezzo della nautica da diporto (motori marini). Conto risorse per 222 milioni di euro (tabella allegata). Pare di scorgere nel decreto la volontà di fornire un piccolo aiuto a quei settori che oltre a essere colpiti dalla recessione sono stati penalizzati, nel corso del 2009, dall’effetto di sostituzione generato dagli incentivi all’auto. Qualsiasi incentivo settoriale implica una ri-allocazione della spesa a sfavore dei beni non incentivati che, nel bilancio del consumatore, competono con i prodotti incentivati.
Le critiche mosse al recente provvedimento si appuntano sull’esiguità delle risorse ma non è una riflessione del tutto condivisibile. Il governo ha affermato che si tratta di una piccola cosa per consolidare i primi fragili segnali di ripresa. Il provvedimento va quindi valutato nella logica della proporzionalità degli strumenti rispetto agli obiettivi. Così, ammetteremo che il provvedimento è efficace: nel senso che poche risorse genereranno poco reddito aggiuntivo, ma avranno qualche effetto.

I costi Irpef
Veniamo alla parte realmente importante, quella non detta e non dibattuta. Non era meglio procedere a una piccola, progressiva, programmata e ben comunicata riduzione della pressione fiscale sui redditi da lavoro, magari correggendo al ribasso le prime aliquote? In teoria sì (non ci piove ed è inutile ritornare sul punto). Ma qui l’esecutivo ha sempre tagliato corto sostenendo variamente: toccare l’Irpef costa troppo, le persone risparmierebbero le risorse aggiuntive, è preferibile concentrare le poche risorse su alcuni specifici settori. Vediamo per punti. Il costo della riduzione dell’Irpef non è un problema perché il calo ex post del gettito dipende da quanto si riducono le aliquote legali. Non solo: gli incentivi all’auto nel 2009 sono costati allo Stato tra 1,3 e 1,7 miliardi di euro, al netto del gettito di ritorno provocato dal provvedimento. Nel 2010 il costo di rendere disponibili ex ante 222 milioni è, ex post, di circa 160 milioni di euro. I calcoli sono fatti utilizzando le formule semplici (e semplicistiche) dei libri di testo sul moltiplicatore dei trasferimenti alle famiglie in presenza di imposte e importazioni. Sommando per i due anni e considerando il limite più cautelativo si arriva a 1,5 miliardi di euro di risorse che si sarebbero potute investire in un taglio Irpef. Un punto di Irpef su tutti gli scaglioni vale, grosso modo, 7 mld di euro. Se si considera solo la prima aliquota, un punto percentuale assoluto di riduzione, dal 23% al 22% (scaglione fino a 15.000 euro di imponibile), ha un costo inferiore a 4,5 mld di euro (senza considerare il nuovo gettito ex post). Dunque, le risorse per una riduzione marginale ma non irrisoria della prima aliquota, erano effettivamente disponibili.

Ipotesi risparmio
La questione del concentrare le risorse sui settori più bisognosi, poi, non regge. Se oggi si premia un settore, domani bisognerà compensare un altro settore penalizzato dal primo provvedimento. Resta, infine, la suggestione dell’incremento della propensione al risparmio nell’ipotesi della riduzione della pressione fiscale. I recenti dati Istat smentiscono l’idea di una cautela eccessiva delle famiglie. Nel corso del 2009, infatti, i consumi in termini reali si sono ridotti dell’1,8% mentre i redditi hanno conosciuto un arretramento in termini di potere d’acquisto tra il 2,3% e il 2,6%. Allora, l’idea del “cavallo” famiglie che non voleva bere non era corretta: al contrario, eventuali maggiori redditi si sarebbero trasformati in domanda, in linea con una crescente - e non decrescente! - propensione al consumo. Insomma, si poteva e si può fare.


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