Fra i temi e gli episodi chiave: i servizi di consegna della spesa alimentare e di libri al domicilio di anziani soli e in difficoltà, il lavoro sui terreni confiscati alla mafia, la crescita professionale e umana di una donna che ha fatto carriera in Coop partendo dal ruolo di capo reparto; e poi suore che sposano la causa di alcune donne indiane e della loro emancipazione sociale attraverso i prodotti della linea Solidal, volontarie della Caritas che presentano il caso di una giovane donna sola con una bambina piccola, aiutata dalla social card Coop. Obiettivo principale del film è raccontare attraverso un viaggio d'autore quello che c'è dietro il marchio Coop: la base sociale (oltre 6,7 milioni di persone hanno in tasca una carta sociocoop), la partecipazione e l'attività (8.000 soci prestano il loro tempo volontariamente), alcune iniziative di solidarietà sia locale sia internazionale (Coop ne realizza circa 3.000 all'anno), l'impegno a contrastare fenomeni di assoggettamento della manodopera nei processi produttivi in territori degradati.
“Un Paese diverso” è in sé e per sé un esperimento riuscito e a modo suo innovativo, visto che sposa il linguaggio del cinema con un genere, un po' ibrido, proprio perché poco codificato, che possiamo definire “documentario d'impresa”. Il risultato è un racconto-resoconto che mescola saggiamente diversi ingredienti/obiettivi: reportage, informazione/formazione, momenti di suggestione naturalistica e di riflessione umana. L'equilibrio e il garbo di Soldini impediscono alla narrazione filmica di scivolare nel manifesto, nell'auto-celebrazione, nel florilegio fastoso e fesso di certa comunicazione d'impresa. L'obiettivo del film - lo ha chiaramente detto Aldo Soldi, presidente Ancc-Coop - non è la polemica diretta con Bernardo Caprotti, il fondatore di Esselunga, una delle più importanti catene distributive italiane. Il film vuole mostrare quello che “è” il mondo della cooperazione di consumo, evidenziando alcune vocazioni che lo rendono diverso da altri operatori del capitalismo privato e pubblico: la prima delle quali è il servizio sociale, uno dei leit-motiv del racconto. Il messaggio è insomma questo: Coop non è una catena come tutte le altre, ma persegue una missione di utilità sociale, aiutando, per esempio, gli anziani nella spesa (consegna a domicilio) o le persone in serie difficoltà economiche con agevolazioni sugli acquisti alimentari. Ma perché non fornire qualche cifra? Perché non dire nel film (visto che trattasi di racconto-reportage) quante sono le iniziative sociali e/o quanto incidono sul fatturato? E qui arriviamo a un punto debole del film: la retorica. Si ha la sensazione che tutta la Coop sia un gigante buono, che si prende cura con affezione materna della comunità, e che la sua missione aspiri a non vaghe ambizioni evangeliche. Il film sembra trasmettere l'idea di una Coop al singolare, e non invece la realtà di un'impresa plurale.





































