Combattere il disagio fa bene al Paese

ECONOMIA & ANALISI – Marginalità sociale estrema. Quasi non desta più stupore né preoccupazione l'osservare che a poche centinaia di metri dalla conclamata modernità cittadina vivano persone in condizioni disperate. Quante sono in Italia?(da MARKUP 219)

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Le statistiche in proposito sono rarefatte. L'Istat, un anno fa, stimava in circa 50.000 le persone senza dimora, al netto dei minorenni e delle popolazioni Rom. Aggiungendovi le stime del Ministero dell'Interno sui nomadi, considerando i minori e aggiornando i dati, penso la valutazione si avvicini a 300.000 unità. Questo numero, del tutto approssimativo, indica un insieme piccolo rispetto ai dati censuari della popolazione italiana residente (lo 0,5%, su circa 60 milioni).
Eppure, se questo dato complessivo avesse la stessa distribuzione di quella delle stime ufficiali per i soli soggetti senza dimora - come da tabella - allora dovremmo radicalmente modificare il senso della conclusione riguardante l'esiguità del fenomeno. Infatti, l'Istat ci dice che il 63% del fenomeno si concentra in città dove risiede soltanto il 12% della popolazione italiana e quindi, mediamente, nei grandi comuni ogni 37 italiani c'è una persona senza dimora (il 2,7% circa). Un'evidenza per niente trascurabile.

I conti tornano
Così qualificate, le percentuali tornano bene con la sensazione diffusa che le città siano piene di soggetti marginali, sospesi tra la povertà assoluta e il rischio di microcriminalità. Seguono immediatamente la crescente percezione d'insicurezza nei grandi agglomerati urbani e le paralizzanti polemiche tra coloro che hanno una visione, almeno a parole, totalmente inclusiva degli "altri" e quanti si preoccupano principalmente della sicurezza dei residenti italiani, secondo loro messa a repentaglio da questo popolo statisticamente invisibile ma concretamente molto presente.
Ora, al di là - o meglio, al di qua - degli alti principi morali, resta una domanda ineludibile: che ce ne facciamo di queste persone? Le aiutiamo lasciandole nella posizione di mendicanti, le combattiamo alla stregua di soggetti ostili o proviamo a immetterle nel circuito della produzione e dei consumi, previa inclusione nel mondo del lavoro, secondario e residuale quanto si vuole? Le obiezioni riguardanti la disoccupazione dei residenti, che andrebbe sanata prima dell'altrui disagio, sono fuori luogo: teoria ed evidenza empirica dimostrano che curare un problema ha effetti positivi anche su altre patologie. Meno povertà di un gruppo implica meno povertà dell'altro gruppo, esattamente come nei paesi in cui si va in pensione più tardi c'è meno disoccupazione giovanile. L'economia funziona per moltiplicazione degli effetti (positivi e negativi), almeno nel medio periodo, su cui è opportuno concentrarsi se non vogliamo restare appesi (per sempre) all'emergenza.

I vantaggi
Vorrei ricordare, anche con una certa dose di cinismo, che combattere il disagio grave ha un doppio dividendo: si accresce il potenziale di ricchezza e si riduce la domanda di risorse da destinare al sostegno dei meno abbienti. Dato che i residenti italiani assolutamente poveri ammonterebbero già a oltre 4 milioni, un vasto programma di recupero della marginalità sociale non è più rinviabile (magari associato a controlli a tappeto per escludere dai benefici i "soggetti fragili" che hanno centinaia di migliaia di euro in banca). Tanto più che sono i lavoratori italiani, sempre più pochi, a dover sostenere tutto l'onere delle politiche assistenziali. ■

Allegati

219_Bella

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