Conad per sempre

Sei punti di vendita e una storia da cooperatore: il racconto di Claudio Alibrandi imprenditore per indole e presidente per passione (da Mark Up n. 262)

A lui il posto fisso proprio non andava. Eppure a Roma, negli anni 70, il posto fisso era il sogno di tutti, se poi ce ne scappava uno al ministero si era fatto bingo. E così il giovane Alibrandi si iscrisse al concorso dell’Amnu, Azienda Municipalizzata Nettezza Urbana, in palio 300 posti. “Eravamo in 400 mila. Fortunatamente non l’ho passato. Trovai comunque lavoro abbastanza presto, a 21 anni, presso il salumificio Fiorucci: impiegato nel reparto spedizioni. Dopo quattro anni, nonostante il posto garantito e lo stipendio alto, quella vita mi stava stretta, e proposi a mio padre, che aveva un negozio piccolo, di appena 50 mq, di aprirne uno più grande con i risparmi messi da parte. E così facemmo; aprimmo una superette di 180 mq; per l’epoca, fu un passo importante.
Mio padre era già associato Sigma: per un anno rimanemmo. Il tempo di guardarmi intorno, poi entrammo in Conad.Cooperatore fino dagli anni 60, mio padre fu uno dei fondatori dell’Unione Commercianti di Roma; la tradizione di famiglia nel commercio risale però al 1810-12, con la licenza d’esercizio dallo Stato Pontificio. Essendo originari di Norcia avevamo la patente da Norsino, ovvero il permesso che si dava per venire a lavorare la carne a Roma nel periodo invernale. Commercianti da sempre. Forse è stato questo il richiamo che mi ha portato a non fare l’impiegato. Quando abbiamo aderito a Conad a Roma il luogo comune è che fosse un covo di comunisti, un ostacolo che con il mio grande babbo ho dovuto superare. Una volta risolto anche questo, a 28 anni, nel 1985, ho aperto il mio primo supermercato, struttura che ho ancora.
In questi trent’anni e più di attività è andato tutto liscio?
Non proprio. Un’avventura, tra il 1989 e il ’90, è stato il mio primo acquisto immobiliare, uno spazio a Tor de’ Cenci, che si rivelò una mezza tragedia a causa del mutuo in Ecu. In più, tra il 1992 e il ’93 Conad entrava in crisi. Sono stati anni abbastanza complicati, che mi hanno frenato nelle idee di sviluppo. Fu a quell’epoca che il Conad di Roma confluì in Pac, eravamo all’inizio degli anni 2000: così è cominciata la crescita vera. Acquisimmo un negozio in fitto d’azienda e, quasi nello stesso momento, un altro in via Appia. La voglia di fare impresa ci spinse a prendere lo spazio vicino all’aereoporto Da Vinci: nessuno lo voleva perché era all’interno di un parco commerciale di 52 mila mq con Decathlon, Leroy Merlin, Upim, poco conosciuto ai romani, e si dava per scontato che l’alimentare non potesse funzionare in quel contesto. Invece è andato bene e fa 18 milioni di euro di vendite.
Oggi quanti punti di vendita avete?
Ne abbiamo sei, tutti di proprietà; alcuni, per scelta aziendale, condivisi con Pac, per avere la massima serenità nel rispetto dei soci: nessuno, infatti, può pensare che lo sviluppo interno al nostro mondo possa passare in altre mani, se non è condiviso.
Quindi per tutti i nuovi soci creiamo con Pac2000A una sorta di interrelazione.
Tra i suoi negozi quale fa più reddito a metro quadro?
Il negozio di via Cina, il primo che ho aperto, 10,5 milioni con 900 mq è il più piccolo; poi Mezzocamino con 8 milioni e 1800 mq ... ma sono tutti più o meno allineati. Il più grande è Fiumicino, 2.200 mq. In totale, facciamo 80 milioni di euro di fatturato, con 300 dipendenti.
Anche per voi è un affare di famiglia ...
Sì, lavoro con mio fratello e mia sorella, sin dalle origini e grazie a questa condivisione posso permettermi di fare il presidente Conad. Mio figlio a sua volta gestisce un proprio Conad, per scelta condivisa di distacco dalla famiglia. Un distacco inizialmente abbastanza duro, a 30 anni, con 22 dipendenti, ma si impara anche così. L’altra figlia ha 21 anni e fa l’università, e anche lei sembra abbia voglia di fare questo mestiere.
Lei però non fa “solo” questo mestiere
Con l’arrivo in Pac è iniziato l’impegno (non da poco) all’interno della cooperativa, fino a diventare prima presidente di Pac2000 e poi di Conad. Se ho potuto farlo, lo devo alla mia famiglia che mi ha sempre supportato.
Persone oltre le cose: cosa significa nel suo vissuto di imprenditore?
Per me “persone oltre le cose” significa non pensare solo all’utile, al guadagno, ma anche alla redistribuzione della ricchezza, che poi è il fondamento dello stare insieme. È una filosofia che adottiamo in cooperativa, alla cui radice c’è la mutualità, che si estende anche alle giovani leve che frequentano il corso dirigenti: i giovani sono “start up fisiche” che vanno sostenute, non possiamo abbandonarli dopo averli indottrinati. Persone oltre le cose è anche sostegno alle ricerche mediche; è collaborazione con la protezione civile per le catastrofi. E a proposito di questo, ci siamo resi disponibili alla Protezione Civile con un progetto che prevede la consegna di prodotti alimentari attraverso i nostri negozi sul territorio. Il servizio è partito spontaneamente con il terremoto nelle Marche, dove abbiamo portato da soli di tutto, dall’olio al sugo, dalla pasta ai pannolini. Una soluzione che ha cambiato il modo di fare soccorsi. La differenza è che mentre prima con le raccolte spontanee c’era sempre abbondanza di qualcosa e carenza di altre, adesso che siamo noi a provvedere riforniamo solo ciò che serve. Così abbiamo creato un protocollo nazionale, grazie ai magazzini diffusi in tutta Italia. Andiamo così “oltre” l’insegna, verso le “persone”.

Guarda la VIDEO intervista #ilsegretodelsuccesso di Claudio Alibrandi

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