Gli italiani non rinunciano alla marca

Nonostante la crisi, a marzo le grandi marche avanzano dell’8,1%, e più della metà dei “big” prevede per il 2009 vendite al pari o addirittura in aumento rispetto all’anno passato. Un’anomalia del Belpaese

Un sorprendente 8,1%. È questo l'incremento delle vendite a marzo dei beni di consumo delle Grandi Marche rispetto allo stesso mese del 2008 nella rilevazione effettuata da Centromarca, associazione che riunisce 200 tra le più importanti imprese di diversi settori dei beni di consumo immediato e durevole con un giro d'affari complessivo di 45 miliardi di euro.

E non sembra essere un fuoco di paglia, se il 60% delle industrie prevede per l'anno in corso vendite superiori o comunque allineate al 2008. E le prime stime del mese di aprire sembrano confermare il trend.

Crisi o non crisi, insomma, il consumatore nazionale pare non voler rinunciare ad acquistare il prodotto di punta, magari approfittando delle promozioni in atto, e non sceglie di rivolgersi alla marca di minor attrattività o sconosciuta. Un appeal che spesso deriva dall'innovazione di prodotto - secondo i diretti interessati (60 aziende su 100 ritengono che il contributo dei prodotti innovativi sulle vendite sarà uguale o superiore a quello registrato nel 2008) - ma anche dai consistenti investimenti pubblicitari.

Che non a caso per quest'anno non si fermeranno: la rilevazione rapida del Centro Studi Centromarca, alla voce “comunicazione e advertising”, prevede investimenti uguali o superiori per quasi la metà delle industrie. “Stiamo parlando di attività strategiche per l'industria di marca”, sottolinea il presidente di Centromarca, Luigi Bordoni. “Per questo senza dubbio le nostre imprese continueranno, con investimenti per circa 2 miliardi di euro l'anno, a dare un contributo importante alla tenuta del mercato pubblicitario”.

Intanto, europei e americani vanno al risparmio

Con una quota di mercato prossima al 70%, i prodotti di marca confermano la loro centralità nelle preferenze di consumo. Si tratta della percentuale più alta in Europa e nei paesi industrializzati.
Un'anomalia tutta italiana proprio nel momento in cui nel resto della Ue e negli Stati Uniti lo strapotere dei grandi marchi vacilla a favore di discount e private label. Come rileva lo studio di Ccia, l'associazione europea che riunisce le industrie del comparto food e beverage. La quota delle private label avrebbe raggiunto nel 2008 il 48% nella Gda, con punte del 94% nei discount. Un trend in continua ascesa con insegne che dal 2006 hanno visto aumentare costantemente la quota di prodotti a marchio proprio, e che di conseguenza ne incrementano l'offerta, spingendosi a presentare articoli anche innovativi, un tempo appannaggio dei marchi principali.

Sul fronte americano, i prodotti “firmati” perdono terreno a favore di opzioni più economiche, specie nei prodotti di consumo quotidiano (pannolini e carta igienica ad esempio), e nel primo quadrimestre 2009 arrivano le difficoltà per colossi come Procter & Gamble che ha registrato un calo dei profitti (-4%, primo segno negativo in otto anni) e Kellogg's, che segnala un calo di vendite del 3%.

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