Il food punta sull’export per recuperare margini

I protagonisti – La spinta all'industria alimentare italiana è di carattere esogeno: l'esportazione tiene a galla il comparto, mentre i consumi domestici si riducono progressivamente (da MARKUP 203)

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L'aspetto positivo che caratterizza l'attuale momento economico dell'industria alimentare italiana è dato, certamente, dal buon andamento delle esportazioni. Le vendite oltreconfine segnalano, fra le altre cose, un favorevole bilanciamento fra destinazioni tradizionali consolidate e nuovi sbocchi nei Paesi emergenti o prima non toccati adeguatamente, come per esempio l'Australia.
L'export alimentare cresce, ma senza trainare ancora la produzione: su questa prossima sfida il comparto si gioca gran parte del futuro. Le imprese sono chiamate, dunque, a ulteriori sforzi per trasformare il mercato europeo in un reale sbocco domestico/interno, crescendo nel contempo negli altri continenti: in misura sufficiente a dare vitalità alle linee di produzione. Resta una strada obbligata, questa, almeno finché il mercato italiano non sarà in grado di riprendere la brillantezza di un tempo. "Non abbiamo indicatori - afferma il presidente di Federalimentari Filippo Ferrua Magliani, interpellato da Mark Up - che ci facciano presupporre un recupero dei livelli di consumo interni precedenti. Anche il recente ritocco dell'Iva va nella direzione opposta. Dobbiamo perciò consapevolmente lavorare sulle nostre capacità di esportazione, sapendo che i margini di manovra ci sono e i benchmark confermano la direzione da intraprendere".

     
 

I margini di sviluppo immediati dati indice di export medio

26% manifatturiero Italia

22% grandi Paesi europei

20% grandi esportatori food italiani

18% industria alimentare italiana

Fonte: Federalimentare

 
     

La situazione
Al di là dei dati squisitamente congiunturali, la produzione alimentare del Paese ha mostrato nel tempo una dinamica premiante. Nel decennio 2000-2010 essa mette a segno un +12,1%, con oltre 27 punti di differenza rispetto al -15,4% realizzato in parallelo dall'industria nazionale nel complesso (dati: Federalimentari). Il ruolo di galleggiante anticiclico del sistema ne esce, come detto, solo parzialmente confermato: il punto critico rimane la forte stagnazione dei consumi alimentari interni, dove si registra una perdita effettiva di oltre 8 punti degli acquisti domestici nell'ultimo quinquennio, a dispetto della loro conclamata rigidità, ormai più teorica che reale. Dopo lo scoppio della crisi finanziaria, nel biennio 2008-2009, il Paese si è trovato all'appuntamento della ripresa con gap pressoché inalterati, che non hanno favorito un miglioramento della produttività e dell'attrazione degli investimenti. Ai nodi tradizionali - debito pubblico elevato, servizi pubblici poco competitivi, tempi della giustizia imponderabili, infrastrutture datate, investimenti scarsi in ricerca, innovazione e istruzione - si sono aggiunte la volatilità, recata dalla crescita impetuosa delle quotazioni delle materie prime, e l'incertezza, connessa ai rischi sovrani di alcuni Paesi europei e al loro possibile contagio.
Non deve meravigliare perciò la timidezza della ripresa messa in campo nel 2010 e nell'anno in corso, rivelatasi inferiore a quelle dei principali partner occidentali. Appare chiaro dai dati del centro studi di Federalimentare che la spinta è tutta di carattere esogeno, collegata cioè al commercio mondiale.
Sulla velocità di uscita dalla crisi pesano, comunque, dinamiche che sembrano avere carattere duraturo. La volatilità delle quotazioni è indicativa, in sostanza, di equilibri dei mercati agricoli mondiali strutturalmente precari, con scarsi margini di manovra e di compensazione tra domanda e offerta (analoghi a quelli che caratterizzano il settore energetico), per cui sarebbe necessario impostare delle politiche della produzione che garantiscano delle soglie minime di autoapprovvigionamento.

     
  Pianificare in vista dell'Expo 2015  
 

Federalimentare ha rafforzato il suo impegno sui temi della ricerca e dell'innovazione. Esso si è concretizzato nel potenziamento della Piattaforma Tecnologica Nazionale Italian Food for Life, strumento di programmazione economica della ricerca industriale nel settore alimentare, condiviso con Enea, Inran, Università di Bologna e i principali stakeholder del settore alimentare nazionale. Il 14 giugno è stato presentato a Roma il documento programmatico della Piattaforma, che definisce gli scenari della filiera agroalimentare italiana da oggi al 2030 e individua le priorità strategiche per la ricerca, l'innovazione, la formazione ed il trasferimento tecnologico alle nostre imprese alimentari, al fine di affrontare in modo competitivo le sfide poste dalla globalizzazione.
"È nostra convinzione che le misure e gli strumenti disponibili per il nostro Paese - spiega Annalisa Sassi, che presiede l'attività dei Giovani Imprenditori di Federalimentare - costituiscano un buon punto da cui partire per ridare impulso al nostro straordinario know how. È un patrimonio rimasto per troppo tempo inespresso. Occorre far emergere le potenzialità del nostro settore agroalimentare, accrescere la competitività delle nostre imprese, trasformare in opportunità i profondi cambiamenti dei mercati globali e del sistema delle conoscenze, che vorremmo sempre più trasferite soprattutto alle piccole e medie imprese".
In tal senso l'associazione crede nell'Expo 2015, quale volano della ricerca e dell'internazionalizzazione del made in Italy.
Il tema prescelto - "Feeding the Planet, Energy for Life" - rappresenta un'opportunità unica di promozione dell'industria alimentare nazionale e di valorizzazione delle eccellenze imprenditoriali, produttive e scientifiche che il settore può vantare. Sempre che il respiro globale di determinate tematiche legate all'alimentazione non finisca per sottrarre spazio e attenzioni dei visitatori.
Al fine di valorizzare al massimo l'appuntamento, Federalimentare ha stipulato un protocollo d'intesa con gli organizzatori, per un reciproco impegno a definire congiuntamente i contenuti di eventi specifici di promozione del sistema Italia.

 
     

L'estero
L'export dell'industria alimentare ha chiuso l'anno sfiorando la quota di 21 miliardi di euro, con una crescita del +10,5% sull'anno precedente. È un risultato che recupera ampiamente il -4,2% del 2009. Diversamente dalla produzione, legata ancora in misura largamente prevalente al mercato interno e penalizzata da esso, l'export ha confermato un trend espansivo anche nel 2011. Nel primo semestre esso ha segnato infatti un +10,2%, che ripropone quanto avvenuto nell'esercizio precedente.
Quattro mercati concentrano la metà degli incassi all'estero: Germania (+6,7%), Francia (+7,4%), Stati Uniti (+11,8%) e Regno Unito (+6,4%). La loro ripresa dà il tono all'intero export del Paese. Va detto comunque che sbocchi importanti come Cina (+55,9%), Brasile (+31,7%), Arabia Saudita (+31,6%) e Turchia (+44,4%) stanno superando lo stadio di promesse, rimangono ancora largamente al disotto delle loro potenzialità, ma cominciano a segnare quote di esportazione meno simboliche, in una fascia che oscilla ormai fra i 100 e i 200 milioni di euro. Purtroppo il trend dell'export nell'area Ue (+6,9%) è stato decisamente più contenuto di quello complessivo (+10,5%): a dimostrazione della perdurante spinta di diversificazione degli sbocchi perseguita dagli operatori, ma anche dell'incompiuto allargamento del respiro domestico a tutta Eurolandia.
Con il mercato interno rilevato, c'è bisogno di new entry nel gotha dei Paesi dell'export alimentare. Solo con l'allargamento degli sbocchi si potranno preservare nel lungo termine stabilità e spazi significativi di espansione. Il segnale positivo deriva dall'andamento premiante sul decennio.
Nel confronto 2000-2010, l'export dell'industria alimentare ha messo a segno una crescita del +66,9%, con quasi 40 punti di vantaggio rispetto al +28,5% registrato in parallelo dall'export totale del Paese. Incoraggiante.

     
 

La debolezza interna
Mentre l'export continuerà a dare soddisfazioni, la debolezza principale del sistema italiano rimane la capacità di acquisto delle famiglie. I dati mostrano che esse stanno attingendo al risparmio per tenere i consumi degli anni precedenti e, allo stesso scopo, fanno ricorso crescente al debito. Un debito i cui costi sono destinati a pesare di più, in parallelo con la crescita dell'inflazione, deprimendo le capacità reattive del sistema. La crisi di potere di acquisto del Paese non è affatto orizzontale, ma sta colpendo in modo aggiuntivo le fasce di consumo più deboli, modificando gli stessi modelli di consumo. Le vendite alimentari hanno mostrato una crescita del +0,3% nel primo semestre del 2011: un tasso insufficiente a coprire il tasso d'inflazione sia generale sia specifico del settore alimentare, a conferma dell'ulteriore erosione in atto.

 
     

Le risorse diminuiscono
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Allegati

203_Federalimentari

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