Il potere di credere che si può migliorare

Gli opinionisti di Mark Up (da Mark Up n. 265)

Sappiamo tutti quanto dei buoni insegnanti e soprattutto il metodo d’insegnamento adottato sia importante per l’apprendimento e per il sentimento di fiducia che si crea nelle menti dei nostri studenti e che si porteranno fino all’eta adulta. Le nostre scuole, dalle elementari al liceo, se vogliono fare la differenza in un mercato sempre più complesso e articolato hanno la responsabilità di trovare strategie sempre più vicine a comprendere come meglio sviluppare le caratteristiche distintive dei nostri studenti che diventeranno i manager di domani.In questo scenario ritengo che possa essere appropriata e interessante la teoria della “Mentalita di crescita ovvero il potere del “Not Yet” della scienziata e psicologa Carol Dweck.
Carol Dweck, ha sviluppato numerose ricerche sul campo per misurare cosa può aiutare gli
studenti delle classi più disagiate o in difficoltà. A fronte dei risultati di questi studi, Dweck sostiene che possiamo far crescere le nostre capacità intellettive imparando ad affrontare e risolvere i problemi sfidanti in modo differente con il potere del “Not Yet”.
Ci sono studenti di ogni età che di fronte all’insuccesso momentaneo scappano dall’errore senza affrontarlo, pensando che la loro intelligenza venga giudicata e così falliscono. Questo fallimento agirà da freno anche nell’intento di migliorarsi in un futuro. Questi studenti che si sentono giudicati non pensano di poter migliorare e anziché crogiolarsi nel potere del Not Yet si aggrappavano alla tirannia dell’ora e subito. Invece gli studenti con “mentalità di crescita”, ovvero con l’idea che le capacità possono essere sviluppate, si impegnano profondamente, elaborano l’errore, ne traggono un insegnamento e si correggono.
Noi stiamo crescendo i nostri studenti per “l’ora” o per “l’eppure”?
Oggi, spesso l’obiettivo dei nostri studenti è di prendere il prossimo 10 o passare il prossimo test per cercare un’immediata gratificazione e approvazione con il rischio di portarsi dietro questo costante bisogno di approvazione nel loro futuro professionale e non essere quindi in grado di differire la propria gratificazione con il fine di raggiungere risultati sfidanti, ma non veloci da realizzare.
Per costruire quel ponte verso l’“eppure” dobbiamo sempre di più lodare in modo intelligente, non più e non solo l’intelligenza o il talento, ma possiamo lodare il processo intrapreso dai ragazzi: i loro sforzi, le loro strategie, il loro focus, la loro perseveranza, i loro miglioramenti. Questa lode del processo cresce ragazzi forti e resistenti in grado di saper differire la gratificazione nel tempo.
Solo le parole “eppure” o “non ancora”, (nelle ricerche scientifiche della Dweck), dà ai ragazzi maggiore fiducia, crea loro un percorso verso il futuro che genera maggiore insistenza, cambiando la mentalità dei ragazzi che sanno così che non ce l’hanno ancora fatta, ma che ce la potranno fare per imparare qualcosa di nuovo e difficile, consentendo così che i neuroni formino nuovi collegamenti sempre più forti.
Nella teoria della mentalità di crescita il significato di sforzo e difficoltà viene trasformato. Prima, lo sforzo e la difficoltà potevano far sentire gli studenti inadeguati al punto da voler gettare la spugna e rinunciare a migliorarsi, ora invece, sforzo e difficoltà nell’ottica del Not Yet significano neuroni che creano nuovi collegamenti, collegamenti più forti per sviluppare competenze per migliorarsi. E se le capacità possono crescere in questo modo, può essere un’opportunità per i nostri studenti, vivere in luoghi che creino crescita, vivere cioè in luoghi pieni di “eppure”.

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