In assenza di fiducia la ripresa è una chimera

EDITORIALE – Nessun Paese cresce se i suoi cittadini, invece di vivere nell'ambizione di costruire per stare meglio, trascorrono ogni giorno nel terrore di perdere quello che hanno (da MARKUP 213).

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Nello stesso giorno, 24 settembre 2012, arrivano segnali contrastanti sull'andamento dell'economia europea: Standard&Poor's segnala un'intensificazione della recessione in Italia e Spagna, ipotizzando per l'intera l'Eurozona un calo del Pil dello 0,8% nell'anno in corso e di una crescita zero (la stima precedente era +0,3%) per il 2013.
Mario Draghi, presidente della Banca centrale europea, parlando alla giornata della Bdi (la Confindustria tedesca), ha invece detto in modo molto esplicito che "ci sono numerose ragioni per essere positivi su dove stiamo andando in Europa. Ci aspettiamo che l'economia migliori l'anno prossimo. Ci sono molti progressi: il deficit viene ridotto, la competitività è aumentata".
Due visioni diametralmente opposte. Viene da fidarsi, per credibilità e storia personale, delle parole di Mario Draghi. E non solo perché indica una via, quella della speranza in una ripresa possibile, che è nelle attese di tutti.
Resta il dato di fatto attuale: ci troviamo nel momento più virulento di una crisi (non di una recessione, come ben ci spiega Giacomo Vaciago nelle prossime pagine) che sembra non voler mai finire.
Dobbiamo serenamente ammettere che le politiche riformiste messe in campo dal governo Monti hanno avuto effetto recessivo? Assolutamente sì, perché è evidente a chiunque mastichi di economia che aumentare il carico fiscale e riformare (stringendo) sistema pensionistico e mercato del lavoro non possa che dare come primo risultato una inferiore capacità di spesa da parte dei cittadini-consumatori. I vantaggi si avranno solo nel tempo.
Dobbiamo però, con altrettanta serenità, ammettere che la strada era obbligata, che i conti pubblici non si reggevano più, che il livello di spreco (più che di spesa) da parte della pubblica amministrazione, o per meglio dire della politica, era ormai giunto a livelli da basso impero.
Messa mano a questo capitolo, anche se non in modo del tutto completo spesso proprio per le resistenza della politica stessa (basti pensare alle resistenze sulla spending review) è arrivato il momento di spingere sull'acceleratore. Sia in termini strettamente economici, sia in termini psicologici.
Nessun Paese cresce se i suoi cittadini, invece di vivere nell'ambizione di costruire per stare meglio, trascorrono ogni giorno nel terrore di perdere quello che hanno. Purtroppo questa è la situazione attuale. Si teme di perdere il posto di lavoro, si teme di vedere continuamente eroso il proprio potere d'acquisto dall'aumentare del carico fiscale destinato ad alimentare uno Stato sempre più esoso e patrigno, si teme per il futuro dei propri figli. Chi può pensare davvero di tornare a spendere, in questa situazione? Chi può davvero alimentare la macchina dei consumi interni, indispensabili perché nessun Paese vive di sole esportazioni?
A queste domande è chiamato a trovare risposta, nei mesi in cui ancora resterà in carica, il Governo. Sapendo che nel breve periodo nessuno può fare miracoli, come ci ricorda anche Giacomo Vaciago, ma che occorre dare un chiaro segnale di tendenza per generare almeno una ripresa di fiducia: senza la quale la ripresa vera, quella economica, rischia di rimanere sulla carta.

ml@ilsole24ore.com

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213_Editoriale

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