Intervista a Stefano Colmo di Slow Food

Il movimento che si prende cura del Pianeta. Tutelare la biodiversità, sostenere comunità locali e culture: obiettivi di Terra Madre. Incontro con Stefano Colmo, l’uomo che trova le risorse in Italia e nel mondo (da Mark Up 245)

In quanto responsabile delle relazioni istituzionali di Slow Food e segretario generale della fondazione Terra Madre, quali pensa che saranno i “pilastri” del sostegno economico ai progetti che intendete avviare nel prossimo futuro?

Terra Madre è un progetto concepito da Slow Food, frutto del suo percorso di crescita, e che oggi ha il suo fulcro nella convinzione che “mangiare è un atto agricolo e produrre è un atto gastronomico”. Per questo motivo, e per l’utilità sociale riconosciuta a quella che viene definita come “l’Onu dei contadini”, una parte rilevante del sostegno economico ci arriva dagli enti pubblici. Sia la Fondazione Terra Madre, sia l’Associazione Slow Food con il Salone del Gusto hanno tra i soci importanti istituzioni pubbliche del nostro territorio e del Paese (il Ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali e quello degli Affari esteri-Cooperazione italiana allo sviluppo).
Nel futuro vedo sicuramente il rafforzamento delle donazioni private, attraverso il corporate funding, soprattutto e di quelle che derivano dai nuovi strumenti social come il crowdfounding, che sta dimostrando molta dinamicità. Questo, in particolar modo per la Fondazione. Per Slow Food una parte molto importante delle risorse giunge dal tesseramento degli associati, dalla sponsorizzazione di eventi, dall’attività editoriale e dalle nuove azioni digitali, su cui stiamo investendo molto. E non dimentichiamo la dimensione data dalla divisione internazionale.
Nel biennio che stiamo chiudendo sulla Fondazione Terra Madre, sui circa quattro milioni di euro raccolti poco meno della metà proviene dagli enti pubblici e circa seicento mila euro dalle Fondazioni, il resto dal fundraising. Una delle presenze più eccellenti entrate recentemente nel capitolo del sostegno economico della rete è l’Unione Europea, che ha deciso di accordare alla nostra realtà, per la prima volta nel segmento dei soggetti italiani, un grant annuale.

Ci sono oggi nuovi soggetti del mecenatismo mondiale, come gli imprenditori dell’arte e delle nuove tecnologie. Questo riguarda anche i canali del fundraising per Slow Food e Terra Madre?

Tra i donatori privati, senz’altro, ma non ancora tra le imprese vere e proprie. Proprio il ruolo diffuso e planetario che abbiamo, unito all’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione ci consentiranno di raggiungere nuovi potenziali sostenitori. Slow Food e Terra Madre sono, infatti, una rete strettamente connessa con la società civile. Una rete in cui il ruolo dell’associazione Slow Food è fondamentale, grazie al dinamismo della presenza di oltre 100.000 soci in tutto il mondo, al rilievo mediatico di cui gode a livello internazionale e, più in generale, alla nuova sensibilità nata a seguito delle sue attività. L’efficacia di questa rete sta nel generare, in tempi brevi, contatti, relazioni, opportunità e visibilità. Il ruolo di Terra Madre è altrettanto cruciale, per l’apporto di stimoli, spunti, temi. Tutto questo ci avvicina a stakeholder altrettanto sensibili alle tematiche sociali e ambientali.

I progetti dei 10.000 orti in Africa, degli orti nelle scuole, del supporto all’agricoltura delle aree marginali alpine hanno avuto una grande eco internazionale. Come individuate i nuovi progetti da avviare ogni anno in Italia e nel mondo?

L’esempio del progetto a tutela delle aree marginali alpine è calzante: è nato da quella che definirei una “sensibilità di sistema”, penso alla vicinanza con la rete dei casari e alla denuncia dello spopolamento cominciato anni fa in molte zone delle nostre Alpi (ne ha ben scritto lo storico e sociologo cuneese Marco Revelli). Anche uno dei nostri più affezionati “mecenati”, la fondazione Compagnia di San Paolo di Torino si è occupata di questi aspetti, avviando progetti transfrontalieri che ha condiviso con Slow Food. Da sempre Slow Food si è schierata non solo per difendere il piacere della tavola e del buon cibo, ma a protezione delle culture locali di fronte alla crescente omogeneizzazione imposta dalle moderne logiche di produzione, distribuzione ed economia di scala. Ed è proprio seguendo fino in fondo queste logiche che Slow Food si è resa conto di quanto fosse necessario proteggere e sostenere i piccoli produttori, ma anche cambiare il sistema che li danneggia, mettendo insieme gli attori che hanno potere decisionale. E così è nata anche Terra Madre: per dare voce e visibilità ai contadini, pescatori, allevatori, trasformatori, piccoli produttori; per accrescere, fra i produttori stessi e nell’opinione pubblica, la consapevolezza di quanto è prezioso il loro lavoro; per dotare i produttori degli strumenti per lavorare in condizioni migliori. Per queste ragioni, è stato fondamentale stimolare la nascita di una rete mondiale che disponga di strumenti di condivisione delle informazioni e che mostri al mondo che un altro sistema di produzione è possibile. Questa è la base ideale e concreta da cui nascono i nostri progetti. Per farvi un esempio: Terra Madre Indigenous, organizzato dal 2011, è un evento unico al mondo. Slow Food l’ha voluto per mettere in rete le comunità indigene sparse ai vari angoli della terra. Navajo dell’Arizona e tatari della Crimea, masai delle pianure keniote e buriati del lago Bajkal, pigmei ugandesi e Sateré-Mawé dell’Amazzonia. Quest’anno l’appuntamento si è tenuto a novembre a Shillong, località dell’India nordorientale e vi hanno preso parte i rappresentanti di oltre cento tribù e comunità indigene di tutti i continenti, anche dall’Oceania. I 41 villaggi che hanno accolto il raduno di Slow Food gli hanno affiancato un nome nella lingua locale, “International Mei-Ramew 2015” (Terra Madre, in indiano). Quale sistema più costruttivo per avvicinare i popoli e dare un contributo per superare crisi terribili come quelle odierne? L’importanza del dialogo e dello scambio di esperienze è cruciale, oggi più che mai. Ecco il futuro che vogliamo.

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Cosa pensa del sistema bancario italiano? Come potrebbe avvicinarsi di più ai bisogni della società civile? E come valuta l’uso di strumenti come il micro-credito?

Penso che la finanza attuale sia una delle origini principali dell’implosione di questo nostro sistema e dei valori che dovrebbero fondare invece ogni buon governo. Porre la sovranità di stati e popoli nelle mani della finanza oggi non garantisce più la spinta alle idee buone e giuste, purtroppo. Basti pensare alle voragini create dalle crisi che affondano le loro radici in questo contesto: la crisi dei subprime del 2007 e di altre precedenti e seguenti segnate dal rischio e dalla speculazione. Un esempio delle conseguenze è l’innalzamento del costo dei cereali del 2010-11 sfociato nella rivolta del pane in Nord Africa e Messico. Bisognerebbe tornare a quando le banche facevano il loro mestiere, che è di prestare denaro a costi ragionevoli a quelle imprese che dimostrano di saper costruire progetti validi e onesti. Quanto al micro-credito, è senz’altro una manovra utile, che il sistema bancario internazionale potrebbe avviare su esempio dell’economista bengalese Yunus. Ma penso sia una formula più adatta ai Paesi in via di sviluppo. In Italia e in Europa, meglio puntare all’economia della condivisione, quella sharing economy che sta già dimostrando come sia possibile e facile dare vita a progetti e imprese partendo dalla partecipazione, così come già citato al crowfunding, che consente di autofinanziarsi portando le proprie idee a conoscenza di molti.

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