Km zero: ritorno al Medioevo o soluzione futura per grandi città?

I mercati – Le strutture di intermediazione commerciale sono insostituibili. La produzione cittadina deve scontare l'insalubre ambiente(da MARKUP 202)

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L'intermediazione commerciale e le sue infrastrutture logistiche rappresentano da sempre un nervo scoperto dei produttori agroalimentari e soprattutto di quelli di frutta e verdura. Da sempre, le organizzazioni dei produttori si sono battute per eliminare l'ineliminabile, cioè le strutture di concentrazione e commercializzazione dei prodotti che provengono da un'enorme realtà produttiva sparsa su tutto il territorio nazionale, la cui principale connotazione strutturale è il frazionamento e la diluizione nel corso delle stagioni.
Nell'ultimo mezzo secolo sono stati numerosissimi i tentativi di scavalcare il complesso sistema di intermediazione del settore che ha nei mercati generali e nei centri agroalimentari i gangli vitali che consentono di far pervenire ogni giorno i prodotti in tutti i mercati di consumo in Italia e all'estero.
Tutti i tentativi in questa direzione sono stati infruttuosi, salvo il fenomeno fisiologico e marginale della presenza dei produttori locali nei mercati rionali, ma nessuna area di produzione, per quanto vasta e specializzata, è in grado di garantire una gamma di oltre 80 prodotti ortofrutticoli freschi composta di varietà e pezzature diverse, in tutte le stagioni dell'anno. Nell'ambito di questa querelle storica si è inserita la campagna dei "consumi a chilometro zero" che ha ripreso vigore, in molti paesi, nei confronti della distribuzione moderna.
Che cosa si voglia non è molto chiaro, perché se il concetto fosse quello che le produzioni locali devono avere il monopolio della commercializzazione si ritornerebbe a una economia degli scambi feudale in cui ognuno consuma solo ciò che produce. Un concetto del genere andrebbe applicato sulla base della reciprocità per cui, oltre a far mancare ai consumatori locali la stragrande maggioranza dei prodotti che abitualmente consuma, sarebbe impossibile esportare le eccedenza produttive del comparto ortofrutticolo che ha un saldo attivo negli scambi internazionali.

Import/export ortofrutticolo
Quantità (t) Valori (migliaia di €)
Esportazioni 2009 2010 Var % 2009 2010 Var %
Legumi e ortaggi 664.896 816.376 22,8 665.084 848.604 27,6
Frutta e agrumi 1.447.326 1.732.230 19,7 1.133.134 1.391.396 22,8
Frutta secca 
e tropicale 120.143 110.325 -8,2 193.783 202.419 4,5
Totale export 2.232.365 2.658.931 19,1 1.992.001 2.442.419 22,6
Importazioni 2009 2010 Var% 2009 2010 Var%
Legumi e ortaggi 852.244 878.311 3,1 491.626 537.078 9,2
Frutta e agrumi 745.849 562.407 -24,6 646.339 572.649 -11,4
Frutta secca 
e tropicale 653.822 678.743 3,8 625.446 1.782.696 7,6
Totale import 2.251.915 2.119.461 -5,9 1.763.411 2.892.423 1,1
Saldo -19.550 539.470 228.590 -450.004
Confronto dei risultati dei primi 8 mesi (gennaio-agosto) 2010 vs 2009
Fonte: elaborazione Consulter su dati Fruitimprese

Una filiera costosa
All'origine della diffidenza del mondo produttivo nei confronti dell'intermediazione e del dettaglio c'è lo scarto - rilevante - fra prezzi alla produzione e prezzi al consumo che è vissuto come puro margine. In effetti ai margini di chi interviene lungo la filiera si sommano i costi della logistica, dell'approntamento dei prodotti, dello smaltimento dell'invenduto da squilibrio tra offerta e domanda, che sono componenti dei costi di filiera, non riducibili, se non teoricamente, nel rapporto diretto fra grandi produzioni e grandi acquirenti. Un prodotto paga i costi che derivano dalla sua commercializzazione se il consumatore finale, apprezzandone la qualità, è disponibile a remunerare tutti i costi di distribuzione. Visto in questa ottica il fenomeno, che viene anche presentato come un modo per salvaguardare la tipicità dei prodotti locali, rappresenterebbe una manifestazione delle tante adottate per dare risposta a problemi più complessi, socialmente importanti, che investono la produzione agroalimentare (qualità, primoticità, sostegni comunicazionali ecc.), ma dietro si cela un tema, in prospettiva molto più importante, che è quello della compatibilità tra rifornimento delle grandi agglomerazioni urbane e difesa dell'ambiente.

produzioni urbane e locali
È noto che lo sviluppo economico si accompagna con il trasferimento di grandi masse dalle campagne ai centri urbani di cui i paesi emergenti sono un esempio drammaticamente efficace. Lo spostamento di grandi volumi di derrate alimentari, dalle zone di produzione a quelle di consumo, crea problemi di traffico che sono risolti con lo spostamento verso l'esterno dei centri di distribuzione, il che genera un ulteriore frazionamento dei trasporti.
Questo tema è da tempo al centro delle attenzioni degli urbanisti, ma di recente ha visto nascere due correnti di pensiero, una velleitaria, quanto quella del km zero, prevede la trasformazione di terrazzi e balconi in aree di produzione, e sta diventando una moda soprattutto negli Stati Uniti. L'altra più avveniristica ma con qualche riferimento significativo, prevede produzioni a portata di consumatore urbano. In questo senso è interessante l'esperienza in corso a Montreal in cui su circa 3.000 mq di superficie (meno di un terzo di un campo da calcio) è stata avviata una produzione biologica in serre idroponiche in grado di garantire prodotti per il sostentamento, 12 mesi l'anno, a più di 2.000 persone. Resta da capire come sarà possibile conciliare produzione biologica e atmosfera inquinata delle grandi città.

Allegati

202_Fatelli

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