La crisi, le imprese e le possibili politiche di Quantitative Easing (QE)

Diversi attori convergono sulla necessità di attivare politiche monetarie indirizzate all'immissione di denaro fresco all'interno del sistema, ma divergono rispetto a "come farlo". L'ambito di intervento, tuttavia, risulta determinante per la sostenibilità complessiva.

Il nostro paese è certamente tra i grandi Paesi industriali dell'Occidente maggiormente colpiti dalla crisi economica mondiale. Mentre Germania e Stati Uniti sono sostanzialmente tornati a condizioni di reddito pre-crisi ed i dati relativi a Francia e Inghilterra lasciano presagire che potranno tornare a tali condizioni in tempi abbastanza brevi, per l'Italia i diversi indicatori prospettici palesano il perdurare di sintomi di grave emergenza. La disoccupazione è tornata ai livelli degli anni Cinquanta, evidenziando un crollo inarrestabile dell'occupazione giovanile.
In una tale situazione di crescente disagio, in cui le strutture del sociale scricchiolano, i diversi attori, a vario titolo abilitati ad esprimere la propria opinione circa i possibili rimedi da mettere in atto, convergono sulla necessità di attivare politiche monetarie indirizzate alla immissione di denaro fresco all'interno del sistema. In sostanza non vi è un significativo distinguo rispetto al "cosa fare" quanto piuttosto ci si differenzia sul "come farlo". Le diverse proposte, quindi, al di là dell'ambito di provenienza, risultano essere unificate nell'intento e divengono confrontabili in base all'individuazione dello strumento da adottare, e della conseguente modalità di utilizzo dello stesso.
Così, in un rincorrersi di sigle , a partire dal classico (QE), quantitative easing, attraverso i più specifici Outright Monetary Transactions (OMT), piuttosto che Overt Money Financing (OMF), fermo restando l'intento condiviso di immettere liquidità nel sistema, diviene evidente che i diversi strumenti variano soltanto in ragione del canale di immissione scelto, individuando come interlocutore destinatario ora le "banche" piuttosto che gli "Stati", o addirittura le famiglie.
Al dibattito in questione partecipano di diritto statisti, uomini di governo, sociologi ed economisti, ma ciò che, nelle attuali condizioni, potrebbe legittimare l'intervento dell'economista d'impresa è la capacità di meglio considerare che il voler focalizzare sulla opportunità di distinguere l'azione di uno specifico interlocutore, Banca, Stato, Famiglie, Imprese che sia, distorce la volontà positiva dell'intervento.
Comprendere che ciò che deve essere considerato in via prevalente come ambito di intervento sono i processi economico sociali che vedono coinvolti i diversi attori, scegliendo di agire su specifiche attività atte a meglio valorizzare l'intervento, piuttosto che il canale, nell'ambito del quale, esso viene ad essere effettuato, risulta essere determinante per la sostenibilità complessiva.
Come dire, in metafora, che, per patologie che interessano l'organismo nel suo complesso, la scelta di somministrare di un farmaco per vie "enterali", "parenterali", o "topiche" si rileva essere importante solo in ragione delle diverse dinamiche di "assorbimento" che la somministrazione produce. E, pertanto, ha senso dover riferire la scelta anche al voler agire sul ciclo digestivo, o su quello ematico, piuttosto che su quello neurovegetativo.
Così, ad esempio se l'immissione di liquidità aggiunta venisse ad essere realizzata attraverso una rideterminazione del cuneo fiscale con riduzione significativa della quota per fiscalità e un aumento sensibile della retribuzione in busta paga, ciò comporterebbe:

- un aumento del reddito netto disponibile di coloro che lavorano con conseguente crescita dei consumi;

- un aumento della disponibilità finanziaria a breve per le imprese con conseguente riduzione del costo per interessi sul capitale di terzi;

- un duplice vantaggio per il sistema bancario che da una parte ritroverebbe sollievo nel disimpegno di risorse incagliate in conseguenza del migliorato cash flow delle imprese, e quindi con possibilità di più fruttuoso impiego, e dall'altro in ragione della ritrovata vivacità dei consumi;

- e per il Paese nel suo complesso considerando: una minore propensione all'evasione; un recupero di credibilità nelle Istituzioni; e una rivitalizzazione della propensione agli investimenti.

In conclusione, intervenire direttamente sul ciclo economico del valore aggiunto e quindi nella dinamica essenziale del "ciclo di vita" delle organizzazioni imprenditoriali consentirebbe un assorbimento ottimale delle "energie trasfuse" con ricaduta immediata in termini di fiscalità, credito, e consumi.

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