L’agroalimentare italiano ha un grande futuro

I principali indicatori economici per Usa e Ue sono positivi con gli Stati Uniti che corrono verso la piena occupazione, e l’Eurozona che, lentamente, cresce. Ne potrà trarre beneficio l’export per raggiungere i 50 miliardi di euro nel 2025 (da Mark Up n. 258)

Le ragioni per vedere il bicchiere mezzo vuoto non mancano, dalla tornata di elezioni in
arrivo in Europa alle incognite generate dalle politiche di Donald Trump, alle mosse delle banche centrali, eppure i segnali che arrivano dall’economia internazionale inducono a un cauto ottimismo. La crescita si va consolidando e questo crea condizioni favorevoli per le imprese italiane dell’alimentare che operano oltrefrontiera. Complice il cambio favorevole dell’euro, che sembra destinato a durare ancora per diverso tempo grazie anche alle politiche monetarie sostenute dalla Bce. Secondo l’ultimo World Economic Outlook del Fondo Monetario Internazionale, quest’anno il Pil mondiale dovrebbe crescere del 3,4%, con un ritorno da protagonisti dei Paesi occidentali. Vede un progresso non inferiore al 3% anche l’agenzia di rating Moody’s, che sottolinea il ritorno degli Stati Uniti nel ruolo di locomotiva della crescita. L’area Euro, secondo le attese del Fmi, dovrebbe invece limitare la crescita all’1,6%, con la Germania in media con questo fatto, la Francia poco sotto e l’Italia che dovrà battagliare per superare l’1%. Questo a bocce ferme perché l’istituto guidato da Christine Lagarde non nasconde i pericoli, a cominciare dallo sfaldamento del consenso sui benefici dell’integrazione economica e la possibilità che si intensifichino pressioni protezionistiche. Un riferimento nemmeno troppo implicito alla direzione impressa nelle prime settimane di presidenza da Donald Trump, del quale viene invece apprezzato l’impegno a rafforzare gli investimenti pubblici anche se, gli esisti, sono tutti da valutare, compreso l’innalzamento per le spese militari. Andrea E. Goldstein, consigliere delegato di Nomisma, segnala che la crescita economica si sta stabilizzando. “Se facciamo un confronto con i primi mesi del 2016, quando il rischio di una brusca frenata in Cina sembrava concreta, oggi lo scenario è migliore. Persino l’Europa, da tanti considerata la grande malata dell’economia mondiale, sta riprendendo fiato, anche se resta abbondantemente sotto il potenziale”, spiega Goldstein. Non nascono però la presenza di fattori d’incertezza, “A cominciare dalle scadenze elettorali nel Vecchio Continente, con il rischio concreto di un trionfo dei populisti”. Anche se la minaccia principale per l’economista è rappresentata dalle scelte di Trump, che già nelle prime settimane di presidenza si sono rivelate ondivaghe. “Da una parte il presidente Usa spinge per una stabilizzazione dei tassi e rivendica l’importanza del dollaro forte, dall’altra accusa Giappone e Germania di tenere bassi i cambi con la moneta verde”. Per Goldstein, “La scarsa preparazione di Trump rischia di generare una diffusa incertezza sul mercato, limitando lo sviluppo delle economie, che pure hanno rafforzato i propri fondamentali rispetto al passato”. Un discorso che vale anche per l’Italia. “Siamo tornati a crescere e quest’anno dovremmo fare meglio del 2016”, è la stima dell’esperto. “La domanda interna sta riprendendo fiato e questo consente di non essere troppo dipendenti dalle dinamiche internazionali. Per altro, gli ultimi dati negativi sulla componente estera netta non vanno letti come un segnale di perdita di competitività, quanto piuttosto di ripresa degli investimenti e quindi di acquisto di macchinari dall’estero”. In ogni caso, l’evoluzione dell’economia italiana per i prossimi mesi resterà fortemente legata all’andamento del comparto bancario. Perché, nonostante la perdita di fiducia degli ultimi mesi, gli istituti di credito restano il canale di finanziamento quasi esclusivo per le
aziende e le famiglie della Penisola. Il completamento dell’aumento di capitale in casa Unicredit (13 miliardi di euro, una somma mai raggiunta prima a Piazza Affari) ha portato un po’ di ottimismo. È la dimostrazione del fatto che la liquidità non manca sul mercato e, se si fanno idee di ristrutturazione valide, gli investitori internazionali sono ancora disposti a puntare sul nostro Paese. Altri operatori seguiranno a breve, a cominciare da Montepaschi e dai due istituti veneti (Popolare di Vicenza e Veneto Banca), destinati a diventare uno solo entro l’autunno. Ma non è escluso che anche altri decidano di percorrere la medesima strada in modo da reperire risorse utili a coprire i buchi che si verrebbero a creare nei bilanci con una svalutazione dei crediti divenuti ormai di difficile esigibilità. Perché, senza una pulizia completa, è difficile immaginare che si possa tornare a far credito come nell’epoca pre-crisi. Così la liquidità fatica ancora a trasferirsi dall’ambito finanziario all’economia reale, con tutti i problemi che questo comporta per la normale operatività delle aziende. Uno studio condotto nelle scorse settimane da Atradius ha evidenziato, per esempio, le lungaggini nelle tempistiche di pagamento delle fatture in Italia. Focalizzandosi sulle aziende dell’agroalimentare, gli esperti hanno rilevato il gap tra la Penisola e gli altri Paesi europei. In genere da noi il saldo arriva a 90 giorni dall’emissione fattura, ovvero tre volte la tempistica tedesca (30 giorni), più del doppio della media olandese (40 giorni) e 10 giorni in più rispetto anche alla Spagna (80 giorni). Anche se di positivo c’è che Atradius non prevede un ulteriore peggioramento dello scenario nel corso di quest’anno. C’è grande attesa tra le aziende dell’alimentare per le possibili ricadute del Piano Industria 4.0 messo a punto dal Governo, per traghettare il sistema imprenditoriale italiano nell’era della digitalizzazione, con tutte le ricadute di efficientamento. Il tutto con la previsione di incentivi fiscali orizzontali per gli investimenti privati che premiano le aziende innovative. Un sostegno che può rivelarsi decisivo per alzare l’asticella della competitività per il sistema alimentare italiano, che necessita di interventi mirati per crescere, mettendosi alle spalle la stagione degli interventi a pioggia. Dunque spazio alle iniziative più innovative, in ambiti che possono andare dai sistemi condivisione e gestione dei dati relativi alla produzione all’efficientamento dei processi, dal rilevamento di dati e parametri alla tracciabilità all’autenticazione del made in Italy, fino all’integrazione dei sistemi logistici per accorciare le filiere produttive e distributive.

L'intero articolo su Mark Up n. 258

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