L’export salverà il food italiano

Intervista – A fronte di una rinnovata erosione della capacità d'acquisto in Italia, l'estero è l'unica area di espansione realistica del sistema alimentare (da MARKUP 204)

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"Va riconosciuto. L'attuale congiuntura non può essere definita tonica. La traversata della crisi, con tutte le sue ricadute, è lunga. Ma non è che l'averla prevista - ed è stata prevista - la rende ora più leggera. Anzi, tale lunghezza, con il suo perpetuarsi, la fa pesare sempre di più".
Nell'incontro con Mark Up il presidente di Federalimentare Filippo Ferrua Magliani conferma, senza nascondersi, lo scenario difficile nel quale si trova a muoversi l'industria alimentare italiana. Fiore all'occhiello del sistema Paese, non sempre tutelato quanto servirebbe.
"L'anno in corso mostra, molto concretamente, non solo di non riuscire a rafforzare la timida ripresa affiorata nel 2010, ma, al contrario, di innescare un suo indebolimento. È probabile perciò che il trend della produzione alimentare 2011 non superi, a consuntivo, il tasso del 1%. Il punto più critico rimane, in realtà, la forte stagnazione dei consumi alimentari interni".

     
 

Chi è Filippo Ferrua Magliani
Classe 1946. Laureato in Giurisprudenza all'Università di Padova e abilitato all'esercizio della professione di avvocato, è vicepresidente di Ferrero Spa, legale rappresentante per gli Affari Generali, Legali, del Personale, incaricato di provvedere all'esecuzione delle operazioni deliberate dal Consiglio di Amministrazione. Presidente per il quadriennio 2011-2014 di Federalimentare, federazione aderente a Confindustria che rappresenta l'industria alimentare italiana,secondo comparto produttivo del Paese con 124 miliardi di euro, 21 di export, 6.500 imprese e oltre 405.000 lavoratori nel 2010.

 
     

 

Partiamo, intanto, da quello che funziona: i segnali positivi dell'export.
L'estero è l'unica area di espansione realistica del food and drink italiano. L'andamento è premiante sul lungo periodo. Nel confronto 2000-2010, l'export dell'industria alimentare ha messo a segno una crescita del 66,9%, con quasi 40 punti di vantaggio rispetto all'incremento registrato in parallelo dall'export totale del Paese. Nonostante ciò l'indice di esportazione nazionale food resta ancora più basso rispetto, per esempio, ai nostri vicini francesi e tedeschi. Il miglioramento potenziale è senz'altro di ulteriori 2-3 punti percentuali assoluti, ma il sistema alimentare italiano deve puntare a esportare in modo stabile mediamente oltre quota 20 per cento.

Il risultato si raggiunge sopprimendo l'Ice?

Ci ha effettivamente sorpreso apprendere dell'intenzione di sopprimere l'Ice, piuttosto che rilanciare chi opera concretamente in una logica a sostegno degli sforzi delle Pmi alimentari all'estero. L'ente peraltro era già stato ampiamente decapitato nei suoi fondi promozionali. Ma la sua scomparsa è amplificata dal fatto che i maggiori partner comunitari utilizzano organismi promozionali efficienti dotati di risorse importanti. Fra l'altro, i risparmi attesi da questa operazione, al netto dei contributi versati dalle aziende per i progetti promozionali in essere a metà anno e, poi, abortiti con la cancellazione dell'Istituto, non convincono sulla bontà ed efficacia sostanziale dell'operazione.

Su quali basi si può contare, a questo punto, per superare il citato tetto dei 20 punti percentuali di esportazione sul giro d'affari?
Un segnale importante arriva dall'esportazione d'impresa. Il sistema alimentare italiano sta finalmente incrementando la sua capacità produttiva oltreconfine, rispondendo a una necessaria esigenza di competitività locale. Significa che aumenta il numero di imprese in grado di adottare modelli gestionali più sofisticati. Rispetto alle 6.500 aziende presenti in Federalimentare, poco meno della metà sono coinvolte in attività export, ma almeno un migliaio si dimostra oggi dotato di forte dinamismo, che fa ben sperare.
Sul versante delle destinazioni tale dinamismo produce dei cambiamenti?
In parte sì. Germania, Francia e Regno Unito insieme agli Stati Uniti coprono praticamente la metà (il 49,6%) dell'intero export dell'industria alimentare. Interessante è l'altra metà: i dati del 2011 riferiti al primo semestre evidenziano che il trend dell'export nell'area Ue è stato decisamente più contenuto di quello complessivo, a dimostrazione di una perdurante spinta alla diversificazione degli sbocchi perseguita dagli operatori. C'è bisogno di questi risultati, perché c'è necessità di new entry nel gotha dei Paesi dell'export alimentare. Solo con l'allargamento degli sbocchi si potranno preservare, sul passo lungo, stabilità e spazi significativi di espansione. I nuovi spazi, lo ripeto, sono indispensabili.

Hanno caratteristiche comuni le new entry?
Ci sono vari Paesi che stanno superando lo stadio di promesse. Essi restano certamente ancora al di sotto delle loro potenzialità, ma cominciano a segnare quote di esportazione meno simboliche, in una fascia che oscilla ormai fra i 100 e i 200 milioni di euro. Vi possiamo trovare Cina e Brasile come pure Arabia Saudita e Turchia.

Perché, al di là dei risultati di soddisfazione citati, l'esportazione rimane un fronte caldo?
La produzione continua a essere legata in misura largamente prevalente al mercato interno. Nel suo insieme, essa ha recuperato nel corso del 2010 il segno negativo dell'anno precedente. Il consuntivo di produzione ha segnato infatti un +1,8% a parità di giornate lavorative. Va detto, tuttavia, che si è profilato un deciso rallentamento di trend, a fine anno, che è proseguito in avvio del 2011. I dati di quest'anno hanno registrato segni negativi, per riguadagnare un faticoso 0,1% solo nell'ultimo tendenziale del semestre gennaio-giugno. I 21 miliardi di euro raccolti fuori dal mercato domestico vanno bene. Ma per trainare la produzione deve esserci una propensione all'export maggiore e più diffusa.

La scommessa è compensare internazionalmente quanto si perde in casa?
A dispetto della loro conclamata rigidità, registriamo una perdita di oltre otto punti negli acquisti domestici dell'ultimo quinquennio. Il fenomeno, insomma, viene da lontano ed è penalizzante. Va aggiunto inoltre che la crisi di potere di acquisto del Paese sta modificando al ribasso gli stessi modelli di consumo degli italiani.

Sono recuperabili?
Non nei prossimi anni.

Cosa vi aspettate dall'Expo?
È presto per dirlo. Per l'industria alimentare sarà una vetrina unica, che dovrà essere sfruttata fornendo indicazioni e stimoli su lato dei contenuti. Per il momento sembra che l'attenzione prioritaria vada tuttora alle partnership di tipo economico.

Senza Ice cambia l'ottica delle strategie fieristiche interne?
A livello europeo ci sono almeno due manifestazioni di riferimento, quali Anuga e Sial. Penso sia un obiettivo irrealistico puntare a crearne una terza in Italia e che possa essere, invece, più funzionale un grande appuntamento alimentare nazionale, aperto ai visitatori, quale vetrina dell'eccellenza produttiva del Paese, capace di attrarre visitatori da tutto il mondo, approfittando anche delle bellezze turistiche-culturali.

La sfida che Lei sta illustrando può realisticamente essere affrontata in solitaria?
Quando nel 2010 c'è stato il rimbalzo, è stato tutto di carattere esogeno, collegato cioè al commercio mondiale. Il Paese è arrivato all'appuntamento con gap pressocché inalterati; si sono aggiunte la volatilità, recata dalla crescita impetuosa delle quotazioni delle materie prime, e l'incertezza, connessa ai rischi sovrani di alcuni Paesi Ue. Il patrimonio produttivo e d'immagine del settore resta comunque intatto. Gli imprenditori devono puntare, più che mai, nel quadro appena descritto, sulla loro iniziativa e sulla loro capacità di presidio e innovazione, in assenza dei supporti di politica economica che, per tanti motivi, il Paese non riesce a offrire. D'altro canto...

Continui...
Abbiamo sempre riconosciuto che a livello di sistema ogni intervento deve essere ispirato a una logica ampia di filiera, in ottica di rafforzamento dell'anello agricolo. Riteniamo che le fluttuazioni violente delle quotazioni delle materie prime siano di natura strutturale, non congiunturale: indicative, in sostanza, di equilibri dei mercati agricoli mondiali precari, con scarsi margini di manovra e compensazione tra domanda e offerta. Per cui sarebbe necessario impostare delle politiche della produzione che garantiscano delle soglie minime di auto approvvigionamento.
Nel quadro delineato, accanto a scorte e stoccaggi, c'è spazio anche per controlli proprietari della filiera agricola da parte dei gruppi maggiori?
Alcuni casi ci sono, soprattutto in presenza di materie prime non sostituibili. Assistiamo a uno sviluppo di coltivazioni dirette, in parte con cooperative locali, per esempio in Turchia, Sud Africa, Georgia, Argentina.

Com'è la situazione in Italia?
Il sistema industriale trasforma il 72% della produzione agricola nazionale. Il resto è destinato ai circuiti del fresco. Quel che manca va importato.

Cosa auspicate?
Occorre alzare l'asticella della produzione per quantità e qualità. Salutiamo con una certa soddisfazione alcuni indicatori non secondari: un ritorno dei giovani, per quanto non eclatante; un leggero aumento della superficie media delle imprese agricole. Va sottolineato però che, senza margini adeguati lungo la filiera, è difficile proteggere il valore aggiunto. E, al di là di chi pone in modo inaccettabile l'industria alimentare fra i protagonisti della distorsione della catena del valore, in realtà industria e mondo agricolo hanno lasciato sul terreno 10 punti di valore migrati verso retail e trasporti. Un riequilibrio dei rapporti di filiera può portare solo dei benefici.

Il consueto duello con il mondo retail?
La Gda ha sicuramente grandi meriti nella modernizzazione del Paese. Ma la pressione costante operata nel decennio è il sintomo di un malessere che viene da lontano e che, alla lunga, rischia di penalizzare l'identità stessa di un settore, come quello alimentare, che ha fatto del valore aggiunto e della qualità la sua bandiera. Non si tratta della consueta querelle... Non siamo solo noi a parlarne, il capitolo è aperto anche a Bruxelles. È evidente, dunque, che occorra prendere atto della consistenza del problema.

La vostra proposta?
Per chiarire il rapporto bastano poche chiare regole di comportamento reciproco, improntate all'equilibrio. Che siano valide per tutti, grandi e piccoli, senza tavoli separati.

     
 

I Giovani imprenditori sono pronti a far la loro parte

Annalisa Sassi da due anni è presidente dei Giovani Imprenditori di Federalimentare, nonché export manager nell'omonima impresa di famiglia. "Evitare pessimismi e vittimismi ci viene spontaneo, perché non connaturati alle prospettive e alla fiducia dei Giovani Imprenditori. In una congiuntura fra le più dure mai provate dall'industria e dal Paese, della quale abbiamo piena consapevolezza da imprenditori, ci siamo interrogati sui modelli organizzativi". Sono considerazioni espresse dalla presidente nel corso del recente Forum dei Giovani Imprenditori tenutosi a Savelletri di Fasano.

L'export non basta a sostenere i trend produttivi...
Anche perché il settore alimentare esporta una percentuale del fatturato del 18%, nettamente inferiore a quella media del manifatturiero italiano (26%). Il nostro ufficio studi ha effettuato una breve ricerca per individuare caratteristiche e performance economiche delle aziende che esportano. I dati provano in modo inoppugnabile un fatto peraltro noto: la proiezione esportatrice risulta direttamente proporzionale alla dimensione. Nel settore alimentare, l'incidenza del fatturato export sul fatturato totale si triplica nel passaggio dalla fascia dimensionale più bassa a quella da 50 a 249 addetti. Va aggiunto che, nel totale delle attività manifatturiere, la dinamica di crescita dell'export è ancora più accentuata.

Ha accennato a nuovi modelli organizzativi...
Anche l'indagine Mediobanca sui bilanci conferma che le aziende medio-grandi del settore sui mercati esteri sono decisamente più performanti rispetto alle piccole. Emerge che esse hanno quasi recuperato, nel 2010, i livelli di fatturato del 2007, e l'hanno fatto soprattutto grazie ai mercati esteri. Risulta evidente il cambio di passo. Negli ultimi 10 anni le imprese italiane hanno ridotto i dipendenti del 2,8% in patria, ma hanno aumentato il personale del 34% all'estero. Nello stesso arco di tempo, esse hanno diminuito del 13,6% le vendite nelle economie avanzate (Italia inclusa), ma le hanno raddoppiate nei Paesi emergenti.
Le sue conclusioni?
I dati di bilancio raccolti recano un messaggio complesso. Il Mol, in prima battuta, non risulta premiante per le aziende esportatrici rispetto alle altre. Anche l'incidenza del valore aggiunto sul fatturato appare deludente per le esportatrici. Pesa probabilmente la componente di subfornitura che caratterizza molte aziende che acquisiscono materie prime e semilavorati a condizioni meno favorevoli. Per trovare parametri premianti per le aziende esportatrici, occorre fare riferimento ad altri indicatori: al reddito netto rispetto al capitale proprio (Roe); al costo medio del capitale di terzi, all'indice di liquidità, all'indice di disponibilità, alla rotazione del capitale investito. Si tratta comunque di fattori significativi, che influenzano positivamente la redditività dell'azienda, i rapporti con il credito, la valorizzazione degli investimenti e, in ultima analisi, lo stesso utile di esercizio finale.

 
     

Allegati

204-InterCover_Ferrua.pdf

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