Liberalizzazione, molti passi in avanti ma sono ancora di più i nodi irrisolti

Commercio – Il difficile cammino della liberalizzazione in Italia. Presentato l’ottavo Rapporto sulla legislazione commerciale. (Da MARK UP 192)

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1.
Competenza delle regioni sul commercio: più complicata la programmazione dello sviluppo per la Gda

2. Ancd auspica un'apertura alla concorrenza, in particolare nei "nuovi settori d'interesse"

Da ormai dieci anni i principali gruppi distributivi di rilievo nazionale, indipendentemente dalla loro organizzazione societaria e strategica, non mancano a più riprese di evidenziare la complessità del panorama normativo e legislativo in materia di commercio al dettaglio, in seguito al decreto Bersani e alla modifica del titolo V della Costituzione, in virtù della quale la competenza in materia di disciplina e programmazione del commercio è stata trasferita alle regioni. La presentazione dell'ottavo Rapporto sulla legislazione commerciale (Agra, 2009, 565 pagine, 45 €) da parte di Camillo De Berardinis, presidente di Ancd Conad e di Adm (Associazione distribuzione moderna), Sergio Imolesi, direttore generale Ancd Conad, e Piero Cardile, responsabile settore legislativo dello stesso gruppo e curatore del cospicuo lavoro, ha offerto l'opportunità di ritornare sul tema, più politico che normativo, della libertà d'impresa.
De Berardinis e Imolesi non si stancano di ricordare che “la riforma introdotta dal decreto Bersani e la contestuale decentralizzazione delle competenze in materia di commercio alle regioni, hanno finito per complicare la programmazione dello sviluppo da parte delle imprese Gda”. La distribuzione moderna, rappresentata da Federdistribuzione e Adm, sembra disturbata dalla molteplicità (e, secondo De Berardinis, a volte dalla contraddittorietà) di soluzioni e dettami normativi, fenomeno che si riscontra soprattutto in alcuni ambiti particolarmente strategici per le imprese, tanto più in un periodo di recessione che comprime anche i consumi alimentari: fra questi ambiti spiccano gli orari di apertura degli esercizi, le aperture domenicali e festive, e soprattutto la possibilità di sviluppare a costi ridotti aree e servizi ad alto valore aggiunto per la distribuzione in termini di traffic building e di margini: ci riferiamo soprattutto ai nuovi settori d'interesse (per i quali rimandiamo il lettore alle pagine 27-32 del Rapporto), fra i quali la libera distribuzione dei carburanti, i prodotti farmaceutici etici e di erboristeria, tutto il travel retailing, ivi compresi i convenience store sulle aree di ristoro e rifornimento carburanti, le librerie, per tacere di tutto il comparto finanziario.

Competizione non rima con corporazione
De Berardinis ha ricordato che ancora oggi vi sono settori produttivi e distributivi oggetto di forti monopoli, causa d'insostenibili distorsioni di mercato: i prezzi alla pompa dei carburanti sono l'esempio più evidente. I gestori - categoria già di per sé poco propensa all'innovazione e alla fidelizzazione - sono legati a contratti che impediscono qualunque margine di acquisto del carburante fuori dai circuiti dell'insegna che rappresenta la compagnia petrolifera. Basterebbe introdurre una quota attingibile dal libero mercato (De Berardinis suggerisce almeno il 30%) per permettere una maggiore concorrenza sul prezzo.
A ciò si aggiunga che “i provvedimenti approvati sino a oggi recepiscono solo parzialmente le prescrizioni della legge 133/2008 introducendo nuove e consistenti barriere all'entrata. Nei provvedimenti regionali di Piemonte, Lombardia, Friuli, Sicilia, ed Emilia Romagna si prevede che tutti i nuovi impianti, per essere autorizzati, dovranno erogare almeno un carburante a scelta tra metano e gpl. In Lombardia è previsto il solo utilizzo del metano. Le regioni giustificano tali misure con la necessità di promuovere carburanti eco-compatibili a difesa dell'ambiente come previsto dal comma 21 art. 83 della legge 133.
“In realtà il comma 21 dell'art. 83 bis stabilisce il principio che le regioni promuovono “...il miglioramento della rete distributiva dei carburanti e la diffusione dei carburanti ecocompatibili, secondo criteri di efficienza, adeguatezza e qualità del servizio per i cittadini nel rispetto dei principi di non discriminazione previsti dall'articolo 17 e della disciplina in materia ambientale, urbanistica e di sicurezza” . [pag. 42]
“Nei fatti - prosegue il Rapporto - questi obblighi realizzano una discriminazione tra impianti nuovi e impianti esistenti e configurano anche una violazione del principio di proporzionalità richiamato anche dalla direttiva 2006/123/CE relativi ai servizi nel mercato interno (ex Bolkestein)”.

Più che legislativo, il problema è di costi
Secondo Camillo De Berardinis questi obblighi legislativi si rivelerebbero anche poco impattanti sul piano pratico. “Se anche si riuscissero ad aprire 400 impianti con gpl e metano, a livello nazionale, non sortirebbero effetti particolarmente significativi in termini di risparmio, considerando il parco distributivo italiano che ammonta a circa 23.000 aree di rifornimento”.
Il problema per un gruppo distributivo come Conad - che conta, lo ricordiamo, 8 impianti e 2,2 milioni di litri di carburante erogato nei primi 4 mesi del 2010 - è soprattutto di costi: le disposizioni legislative delle regioni come la Lombardia spingono il preventivo per l'apertura di una nuova area di rifornimento carburanti sopra la tacca del milione di euro.
I gruppi nazionali della distribuzione sono particolarmente sensibili agli aspetti monopolistici nei quali si trova ancora ingessato il nostro paese: un interesse che non è solo riconducibile al patriottismo o all'altruismo socio-consumeristico, ma alla consapevolezza del valore aggiunto liberabile e traducibile in ossigeno economico per i retailer e in vantaggi di risparmio per i clienti (si veda il nostro articolo “Le mancate liberalizzazioni presentano il conto al sistema Italia”, su SCENARI allegato a MARK UP 172, alle pagg.16-17). La varietà di approcci normativi in materie particolarmente strategiche per il commercio al dettaglio (come gli orari di apertura al pubblico) non dovrebbe far velo a un'organizzazione così ben posizionata e radicata sul territorio come Conad.
Il problema è semmai - come ha ben evidenziato Maurizio Melucci, assessore turismo e commercio dell'Emilia Romagna, che ha partecipato insieme a Stefano Maullu, assessore al commercio turismo e servizi della Regione Lombardia - di natura politica e non normativa, e il commercio - soprattutto quando si tratta di medie e grandi superfici - non può essere considerato avulso dai problemi ambientali.
“Quando le medie superfici nonostante la loro funzione vitale nel tessuto distributivo italiano, vengono riportate da alcune regioni nell'ambito autorizzativo della Conferenza dei Servizi, mi sembra che si stia facendo un passo indietro rispetto alla Bersani” osserva Piero Cardile, responsabile settore legislativo di Ancd Conad. Oltre a una ridefinizione dei criteri dimensionali per la classificazione delle superfici di vendita in medie e grandi, spesso più articolata e complessa rispetto ai parametri originari della Bersani (fino a 1.500 mq nei comuni con meno di 10.000 abitanti, 2.500 mq nei comuni con oltre 10.000 abitanti), la responsabilità comunale in materie specifiche come gli orari di apertura domenicali e festivi ha creato una polverizzazione in termini di disposizioni normative con effetti a volte di palese contraddizione: come il caso di un negozio che rimane chiuso la domenica, mentre l'altro a fianco apre, perché ricade in una giurisdizione diversa. Anche qui bisogna fare la tara, quando la distribuzione rivendica una maggiore discrezionalità degli operatori in materie quali gli orari d'apertura: non è solo in ballo il servizio al consumatore, ma cospicue quote di fatturato (si veda il famoso caso Unes, su MARK UP, n° 178, alla pagina 22).

Le tappe verso l'apertura
Nella storia legislativa nazionale si possono individuare alcune tappe fondamentali nel percorso che ha portato il commercio fino all'attuale liberalizzazione:

  • legge 426/71
  • legge Marcora
  • dlgs 114/1998
  • riforma titolo V della Costituzione
  • legge 248/2006 (ex dl 223/2006)
  • legge 133/2008

Per quasi tre decenni il commercio è stato regolato dalla 426, Il dlgs 114 (decreto Bersani) ha rappresentato il primo passo verso una liberalizzazione del commercio, timidamente annunciata dalla precedente legge Marcora.
Con la 248 del 2006 (ex dl 223/2006) il legislatore ha inteso introdurre maggiore concorrenza riaffermando la competenza statale in materia e ponendo alcuni limiti a una tendenza che ha ridotto negli anni la libertà d'impresa sotto il profilo dell'accesso al mercato. Le misure più interessanti in materia di commercio sono contenute negli articoli 3, 4 e 5. L'articolo 5 del dl 223/2006 ha consentito la vendita di tutti i farmaci o prodotti non soggetti a prescrizione medica.
Nel quadro della distribuzione di carburanti, la legge 133/2008, in particolare l'art. 83 bis commi da 17 a 21, ha stabilito che non possono essere introdotti vincoli con finalità commerciali, relativi a contingentamenti numerici, distanze e superfici minime, obblighi di servizi e attività non oil.
La legge 170/2001 sulla distribuzione di giornali e periodici, distinguendo tra punti di vendita esclusivi e non esclusivi, consente la vendita di giornali e periodici all'interno dei non esclusivi solo alle superfici superiori ai 700 mq. Lo stralcio dell'articolo 71 dalla legge di recepimento della Bolkestein (si veda MARK UP n° 188, a pag. 159) ha impedito la completa (e forse devastante) liberalizzazione.

Allegati

192-MKUP-Liberalizzazione
di Roberto Pacifico / settembre 2010

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