Csr: per un’economia a misura d’uomo

La responsabilità sociale è un asset integrato nele strategie aziendali e rappresenta un reale fattore di competitività. Per le persone, con le persone (da Mark Up n. 274)

Uno degli ambiti maggiormente d’impatto e sul quale l’azienda ha la possibilità di fare la differenza è legato alla filiera agroalimentare. Le ricadute ambientali e sociali dei suoi processi produttivi sono estremamente significative. Come è emerso durante l’incontro dedicato al tema “Quando la filiera alimentare è sostenibile”, in occasione del Salone della Csr e dell’Innovazione che si è tenuto a Milano presso l’Università Bocconi, rendere sostenibile la filiera alimentare non è affatto banale e richiede impegno, tempo e risorse. Ma le soluzioni ci sono.

Nel 2012 Solwa, una piccola startup italiana, ha sviluppato una ingegnosa soluzione che combina impianti di desalinizzazione a energia solare, serre agricole e sistemi di recupero dell’acqua traspirata dalle piante per coltivare aree desertiche o improduttive. Oltre a questo, i giovani fondatori della startup hanno ideato un impianto di essicamento dei cibi alimentato da radiazioni solari e quindi energeticamente autonomo, nonché altre soluzioni per rendere la filiera agroalimentare più sostenibile. Tre anni dopo, ancor prima che queste soluzioni entrassero in commercio, l’impresa è entrata a far parte di un grande gruppo internazionale. Solwa è solo una delle startup che si occupano di sostenibilità della produzione agroalimentare a livello globale, così come le 400 giovani imprese che sono state censite dall’Osservatorio Food Sustainability della School of Management del Politecnico di Milano. “L’Italia -spiega il rapporto- è uno dei Paesi con la maggior densità di startup agrifood sostenibili, preceduta solo da Israele e Spagna, ma presenta un mercato ancora in lenta evoluzione”. In effetti, nel nostro Paese, ogni impresa che si affaccia sul mercato raccoglie in media solo 300mila dollari a fronte di una media europea di 3,7 milioni. Una trascuratezza incomprensibile per il Made in Italy, per un settore che si configura allo stesso tempo come una delle industrie più sviluppate e a maggior impatto del Paese. Un settore che, però, è anche causa di un enorme impatto ambientale. Negli ultimi 50 anni la domanda di cibo nel mondo è triplicata e ora il consumo umano è il 30% più alto della capacità di rigenerazione naturale. L’agricoltura in Italia è il primo settore per emissioni di metano e il secondo per emissioni globali dopo quello energetico: secondo Ispra, incide da sola per il 7,1% delle emissioni nazionali di gas serra. Senza contare l’enorme problema dei rifiuti alimentari.

Unep (United Nations Environment Programme, il programma ambientale delle Nazioni Unite) rivela che il 30% del cibo prodotto nel mondo viene sprecato. Un problema anche morale, a fronte del 13% della popolazione mondiale condannata alla malnutrizione e ad altri 2 miliardi di persone che non riescono ad assumere sufficienti vitamine e minerali nella dieta. L’impatto ambientale della produzione alimentare dipende in misura determinante dai processi impiegati. Uno studio appena pubblicato su Science calcola che nelle fasi post-agricole la quantità di emissioni possa variare fino a 140 volte a seconda delle pratiche adottate. Trasformatori, distributori, retailer e consumatori possono quindi contribuire in modo sostanziale alla sostenibilità della filiera. Ma è anche necessario che tutti i soggetti coinvolti siano consapevoli non solo dell’impatto provocato dal loro lavoro e dagli step produttivi precedenti, ma anche dei metodi per intervenire in modo efficace. Ripensare alla filiera richiede investimenti, tempo e soprattutto il convincimento da parte di chi guida l’impresa che questa scelta rappresenti davvero un valore e un vantaggio competitivo. Spesso quando un’azienda alimentare decide di ridurre il suo impatto sull’ambiente, deve affidarsi alla collaborazione con esperti di questi temi; che, nel caso della sostenibilità sociale e ambientale, sono sovente organizzazioni no-profit. Ad esempio, Bolton Alimentari, player nel mercato del tonno in scatola, ha scelto di sviluppare una politica di sostenibilità e per farlo ha coinvolto una delle principali associazioni ambientaliste a livello globale, il Wwf. La pesca al tonno è da anni sotto accusa per le pesanti ripercussioni che metodi incontrollati possono avere sull’ecosistema marino. Bolton Alimentari ha deciso di affrontare questo problema individuando, grazie alla partnership con Wwf, tutte le soluzioni per ottenere il 100% di approvvigionamento pescato in modo sostenibile. L’elevata specializzazione e competenza dell’associazione internazionale diventano dunque un valore aggiunto essenziale. Anche Mulino Bianco, per il progetto “Un sogno chiamato cacao” del suo marchio Pan di Stelle, ha individuato un partner no-profit competente, in questo caso, sul tema della sostenibilità della produzione di cacao: la Fondazione internazionale Cocoa Horizons che sviluppa progetti per la formazione dei lavoratori, la tutela dei bambini e l’accesso all’acqua potabile in Paesi produttori di cacao come la Costa d’Avorio. Ma l’intervento delle aziende, da solo, potrebbe non essere sufficiente. “Oggi, e probabilmente in futuro -sostiene lo studio di Science- modifiche nella dieta possono sviluppare benefici ambientali a un livello non raggiungibile dai produttori”. Comunicare con efficacia le proprie scelte di sostenibilità e le motivazioni che le sostengono diventa fondamentale non solo per valorizzare le iniziative, ma anche per coinvolgere i consumatori nel processo culturale e decisionale che rende questi progetti davvero efficaci. Non a caso Mulino Bianco, insieme all’agenzia Armando Testa, ha deciso di pianificare una estesa campagna di comunicazione per promuovere il progetto e il suo approccio “Buono per te, buono per il Pianeta, buono per le comunità”.

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