L’innovazione vuole una leadership che sappia ascoltare

Cristina Lazzati, direttore responsabile di Mark Up e Gdoweek

Innovare prodotti, approcci, pensieri: noi italiani siamo abituati all’uovo di Colombo, all’intuizione, ma poco propensi a strutturare il processo innovativo. È vero, molti successi imprenditoriali made in Italy sono nati da un colpo di genio, che si è accompagnato a uno spirito imprenditoriale che, a sua volta, ha trovato dei fondi per finanziare l’impresa; il tutto in un periodo di economia con il vento in poppa, ma vivere così l’innovazione è come aspettare di vincere alla lotteria.
Leggevo di una biografia, l’ennesima, di Steve Jobs, un mito, con un lato oscuro, che gli costò l’allontanamento dalla Apple che aveva co-fondato; il suo ritorno, dieci anni dopo, fu segnato da una nuova capacità di relazionarsi con gli altri, ad una nuova apertura a idee che non fossero le sue. Non che fosse un uomo nuovo, ma nella sua intelligenza aveva capito che se voleva rimontare in sella avrebbe avuto bisogno dell’appoggio dei suoi collaboratori e del loro apporto.
Cambio di scena. Asino o cane, se lo chiede Francesco Pugliese, nel suo libro, di cui ci parla qualche pagina più avanti. Il leader come deve essere? “Autorevole, non autoritario. Capace di scegliersi i “giusti” collaboratori. Esperto, ma con lo sguardo aperto costantemente sul mondo. Competente, capace di guardare oltre la propria esperienza per individuare nuove potenzialità di business, nuovi modelli di relazione, innovativi approcci ai mercati”. La capacità di un leader sembrerebbe risiedere, dunque, nella sua apertura all’innovazione e nell’intraprendenza a perseguirla e scovarla. Infatti, il solo inventore, per quanto geniale, non è detto che sia un buon imprenditore e ancor meno un buon leader.
Scena tre. Siamo tra i giovani partecipanti a un programma full immersion per futuri imprenditori, promosso da Citi Foundation (CitiBank), all’inizio del corso il 91% di loro si dichiarava pronto ad affrontare un’attività imprenditoriale in proprio, alla fine il numero era sceso all’86%. Ma attenzione, i rimasti avevano maturato quella capacità imprenditoriale che serve a portare innovazione anche nelle organizzazioni complesse. Una capacità che non si può “studiare”, ma che si può e si deve coltivare.
Finale. La ricetta per innovare: il bisogno spasmodico di innovazione potrà esser soddisfatto solo con un leader aperto all’ascolto e prono all’innovazione che sappia dare spazio agli spiriti più imprenditoriali all’interno dell’organizzazione, a coloro che agiscono “quasi fosse roba loro”,  differenti dagli “aziendalisti” a tutti costi (cani li definirebbe Francesco Pugliese), pronti ad annuire a qualsiasi cosa.
Per innovare in un business maturo è necessario uscire dagli schemi. Un consiglio: se qualcuno dei vostri collaboratori vi dice: “abbiamo sempre fatto così” è tempo di mandarlo in pensione.

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