Maggiori profitti per le aziende in rosa

ECONOMIA & ANALISI – Utili superiori dal 25 al 56% vengono realizzati in Europa dalle aziende che favoriscono il diversity management anche ai livelli alti della gerarchia. Forte attitudine al cambiamento (da MARKUP 216)

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Nel contesto occupazionale 2012 si è evidenziata una situazione particolarmente critica. L'aumento dell'età media e il crollo del tasso di occupazione nella fascia dei più giovani sintetizzano un trend iniziato molti anni fa. Nel 2004, erano al lavoro 2,1 milioni di "anziani" tra i 55 e i 64 anni, mentre, nel 2011, nella stessa fascia, erano in attività oltre 2,8 milioni. Situazione invertita sul fronte dei giovani, dove si registra un fenomeno ancora più acuto. Nel 2004, aveva un lavoro, secondo l'Istat, oltre 1,6 milioni di giovani, mentre nel 2011, il numero è crollato a 1,1 milioni; e fra gli under 34 si riscontra una perdita di oltre 1,6 milioni di occupati. Tuttavia, sono le mamme a essere sempre più colpite dalla crisi: il basso tasso di occupazione femminile sembra correlato all'assenza di servizi di cura all'infanzia e alle inefficaci misure di conciliazione tra famiglia e lavoro. I problemi sono legati principalmente alla mancanza di servizi (asili pubblici e assistenza agli anziani). In Italia, infatti, solo il 13,5% dei bambini fino a 3 anni viene preso in carico dai servizi, una percentuale lontana dall'obiettivo europeo del 33%. Il rafforzamento della rete dei servizi di cura rappresenta non solo un presupposto necessario per l'accesso al lavoro delle attuali o future mamme, ma anche una spinta allo sviluppo stesso dell'occupazione femminile.

Valore aggiunto
I cambiamenti della società impongono un impegno costante per supportare la parità di genere nelle imprese, con spazio sempre maggiore da destinare non solo alle donne, ma anche ai giovani. La Commissione Ue rileva che "l'equilibrio di genere ai vertici aziendali incide positivamente sulle prestazioni delle imprese, sulla competitività e sui profitti". Una recente ricerca di McKinsey evidenzia che le società con parità dei sessi al vertice realizzano profitti del 56% superiori rispetto a quelle guidate solo da maschi. E un più recente studio di Credit Suisse, su un campione di 2.360 società quotate in tutto il mondo, evidenzia che la performance delle società di grande capitalizzazione con almeno una donna nel board ha superato del 26% negli ultimi sei anni quella delle aziende tutte al maschile, con effetti positivi su capitale proprio e crescita. Anche in Germania, dove, fino a pochi anni fa, il dominio degli uomini nei posti di comando delle maggiori aziende tedesche era incontrastato, è in atto una rivoluzione silenziosa, iniziata nel 2011: se solo l'1,4% erano donne manager nei posti di comando delle 30 maggiori aziende dell'indice di Borsa Dax, nel giro di un solo anno, la quota è salita al 12,8% e le posizioni aperte nel top management tedesco vengono ricoperte al 41% da donne. Fra le prime compagnie si è mossa Allianz, seguita da Siemens, BMW, Basf, Daimler. Anche nella Bundesbank, per la prima volta è arrivata alla vicepresidenza una donna e la Banca Centrale Europea ha nominato una donna alla direzione generale.

La Golfo-Mosca
In un contesto di profondo cambiamento e, spesso, in una realtà non più rappresentativa dei propri valori di base, le donne in ruoli di responsabilità insieme agli uomini possono apportare un nuovo modo di essere, spesso elementi di rottura attraverso capacità, atteggiamenti e mentalità "leggeri", più adattabili e flessibili, in grado di comprendere il sistema di interazioni e di ripensare nuovi confini.
La legge sulle quote di genere, nota come Golfo-Mosca, che riguarda 300 società quotate in Borsa e 2.100 controllate dallo Stato, è diventata vincolante dal 12 agosto 2012. Prevede che nei consigli di amministrazione e nei collegi sindacali il genere meno rappresentato abbia "almeno un quinto degli amministratori e dei sindaci" al primo rinnovo degli organi societari e, a partire dal secondo rinnovo, "almeno un terzo degli amministratori e dei sindaci eletti". La legge riflette l'esigenza di aiutare le donne a occupare posizioni a responsabilità crescente, in modo da accelerare una riflessione sui modelli organizzativi aziendali e da creare una "cross fertilization" nella cultura aziendale e nell'orientamento alle performance. Secondo la Consob, a fine agosto le donne presenti nei CdA avevano superato la quota dei dieci punti percentuali: 4% in quelli delle società a controllo pubblico (fonte Fondazione Bellisario) e 13% se si considerano anche le partecipate (Rete Armida). Mentre nelle società familiari, le donne sono il 18,5% dei consiglieri (Aub). Secondo le previsioni nei prossimi anni entreranno nei CdA almeno in cinquemila.

In Italia
Nel 2011, la presenza di donne ai vertici delle principali società italiane è aumentata a ritmi contenuti. Secondo i dati Cerved, al 31 dicembre 2011, sono donne 15.546 dei 109.000 amministratori che siedono nei CdA delle circa 28.000 imprese italiane, con fatturato superiore ai 10 milioni di euro. Tra le 19.000 aziende con più di 10 milioni di fatturato nel periodo 2008-2011, la percentuale di donne è passata dal 13,7% della fine del 2008, al 14,5% del 2011. Alla fine del 2011, la maggior parte delle principali società italiane (con un board di almeno due componenti) aveva un consiglio d'amministrazione senza nemmeno una presenza femminile: solo il 47% delle aziende ha infatti almeno una donna nel proprio board, percentuale che scende al 40% tra quelle che superano i 200 milioni.
Solo il 9% delle imprese ha affidato il top management a una donna; e la tendenza del 2011 è negativa proprio nella fascia di fatturato superiore. Sembra quindi che la norma introdotta per le società quotate, pur spingendo molte di queste ad aumentare il numero di amministratrici nel board prima della sua entrata in vigore, non abbia avuto alcun riflesso sul vertice operativo dell'impresa. La presenza di donne tra i top executive è più diffusa nelle società di minori dimensioni, attestandosi al 10,2% tra le imprese con ricavi inferiori a 50 milioni di euro, scendendo al 6,9% tra quelle con fatturato compreso tra 50 e 200 milioni e solo al 3,7% tra le società di maggiore dimensione. La minore età media delle donne tra i top manager potrebbe suggerire che in parte si stia assistendo a un fenomeno generazionale e che con il passare degli anni la presenza di donne nelle aziende italiane aumenterà fisiologicamente. Anche dai dati dei dirigenti di Manageritalia si conferma una bassa presenza di donne nei ruoli di vertice delle imprese italiane: le donne sono solo il 16% dei dirigenti attivi, la maggior parte delle aziende con almeno due dirigenti non ha nemmeno una donna nel proprio management (il 58%), un quarto supera la soglia del 30% e solo il 5,8% ha una dirigenza a maggioranza femminile.

Allegati

216_Diversity_Management

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