Nuova Castelli punta alla crescita. E accende l’interesse di Lactalis

Luigi Del Monaco amministratore delegato di Nuova Castelli
All’azienda emiliana posseduta all’80% da un fondo britannico, servono investimenti per ridurre l’indebitamento ed espandersi oltre confine

Per acquisire Nuova Castelli nel 2015 il fondo britannico Charterhouse Capital ha investito 350 milioni di euro e da regolamento del fondo non può più effettuare ulteriori investimenti. Da qui la ricerca di un nuovo partner che possa fare un aumento di capitale da 40-50 milioni di euro, destinati nelle intenzioni iniziali a migliorare finanziariamente la situazione dell’azienda reggiana e, probabilmente, per un’acquisizione negli Stati Uniti. Ricerca affidata a Rothschild e che ha portato a registrare su Nuova Castelli nell'ultimo mese l'interessamento di vari fondi, da Capvest a Italmobiliare, da Oxy Capital a QuattroR. In più il tentativo di inserimento nella partita di un gruppo industriale, intenzionato però a rilevare l'intera quota di partecipazione. Il gruppo in questione sarebbe da informazioni circolate negli ultimi giorni Lactalis. La multinazionale francese in Italia detiene i marchi di Parmalat, Locatelli, Invernizzi, Galbani e Cadermartori e controlla circa il 30% del mercato nazionale in comparti strategici del settore lattiero caseario. All'epoca dell'ingresso nella società, Charterhouse acquisì il controllo dell'80% delle azioni. Il rimanente 20% è in mano all'imprenditore Dante Bigi che aveva rilevato nel 1988 la Castelli Spa, ribattezzata in Nuova Castelli, e che sempre nel 2015 ha ceduto a Nuova Castelli il 100% di Gruppo Alival (mozzarelle).
Nel 2018 Nuova Castelli ha realizzato un giro d’affari di oltre 460 milioni; l'azienda però ha anche 190 milioni debito, poco più della metà dei quali garantiti alle banche con forme di parmigiano reggiano. Attualmente Nuova Castelli, pronta a superare i 500 milioni di euro di ricavi (ebitda 2018 a 27 mln) è protagonista nel settore della produzione e distribuzione dei grandi formaggi Dop italiani. L’orientamento allo sviluppo dei mercati esteri è storico e nel corso degli ultimi anni è stato rinforzato da precise scelte strategiche incluse tre acquisizioni: in Polonia del distributore NorthCoast e la fabbrica di mozzarella di Tinis, negli Usa con la nascita di Castelli America e l’acquisizione della fabbrica di formaggi freschi di Empire Cheese. Un altro passo importante è stata la costruzione della fabbrica di Formaggi duri in Ungheria. Ad oggi circa il 70% delle vendite del gruppo sono rivolte all’estero dove la società ha consolidato posizioni importanti in Francia, Regno Unito, Nord Europa. Il crescente successo dei formaggi tipici italiani sta aprendo importanti mercati del Far East, Cina e India. “I motivi per cui ci si orienta verso l’estero -spiega a Mark Up l'amministratore delegato Luigi Del Monaco- sono essenzialmente legati al posizionamento competitivo dell’azienda e a scelte di carattere economico.

Le scelte di posizionamento di Castelli sono sempre state quelle di accompagnare lo sviluppo dei formaggi tipici italiani presso i grandi retailer internazionali e, quindi, tutti gli investimenti sono stati rivolti ad assicurare un livello di servizio competitivo attraverso la creazione di filiali e piattaforme logistiche, e una offerta ampia e flessibile che si adattasse alle esigenze di marketing dei clienti stessi. Il fatto poi, di essere un produttore diretto della maggior parte dei formaggi tipici italiani ha contribuito a dare al gruppo quel posizionamento e quella credibilità che sono alla base di una buona relazione con i clienti. Ormai però anche i mercati esteri che un tempo erano meno battagliati sono oggetto di espansione da parte di numerosi operatori, che vedono giustamente nella internazionalizzazione uno sbocco importante”.
Secondo Ettore Prandini, presidente della Coldiretti, occorre fermare la svendita del Parmigiano Reggiano ai francesi “per non ripetere gli stessi errori commessi in passato con la cessione della Parmalat a Lactalis. La difesa dei marchi storici - afferma Prandini - è necessaria perché spesso è il primo passo della delocalizzazione che si realizza con lo spostamento all'estero delle fonti di approvvigionamento della materia prima agricola e con la chiusura degli stabilimenti e il trasferimento dei posti di lavoro fuori dai confini nazionali”.

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