Pagamenti puntuali, Gd e Do sono bocciati

IN PRIMO PIANO – Dai dati Cribis D&B uno scenario chiaro: la distribuzione moderna è a 24% dalla media Italia; a 52,8 dai best performer retail europei; a 16,1 dalla media Europa; a 29,8 dal dettaglio tradizionale italiano (da MARKUP 209)

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Lasciando parlare i dati, la bocciatura è netta. La distribuzione moderna italiana finisce in maglia nera nelle abitudini di pagamento in entrambi i benchmark che contano: sia nel confronto con la media nazionale - probabilmente lo schiaffo più sonoro - sia in quello internazionale, in qualche maniera più prevedibile. Difficilmente contestabile, infine, risulta pure il parallelo con l'altra faccia del commercio, dato che il dettaglio tradizionale si porta a casa una promozione piena.

Il punto della questione
Questo è in estrema sintesi quanto emerge dalle ultimissime analisi effettuate da Cribis D&B, società del gruppo Crif specializzata nella business information, e illustrate nel dettaglio a Mark Up da un team di ricercatori. I fatti si riferiscono a tutto dicembre 2011, con le anticipazioni di quanto avvenuto nel primo trimestre 2012, relativamente agli andamenti dei pagamenti delle aziende dei beni di largo consumo, con focus peculiare su grande distribuzione, distribuzione organizzata, commercio al dettaglio, all'ingrosso e canale Horeca. Non solo: l'osservazione comprende uno storico che copre il periodo 2007-2011 con i trend di spostamento delle classi di ritardo rispetto ai termini concordati. E per andare in profondità, la ricerca allarga lo sguardo all'Europa (11 Paesi) e a Stati Uniti, Cina, Canada.
Alla luce dello scenario emerso appare davvero poco sorprendente che anche l'Italia - come già la Francia - sia arrivata a un tentativo di regolamentazione governativa del problema, per quanto limitato (finora?) al solo ambito alimentare dell'assortimento, nella doppia versione dei limiti per legge a 30 giorni per i prodotti freschi e a 60 giorni per i secchi. Ai lettori forniamo in apertura la tabella che più delle altre sembra mettere il dito nella piaga. Quella che pare chiamare a gran voce l'intervento del legislatore. Quali segnalazioni ne derivano?
La prima, di natura sistemica. Non è connaturato al business del retail alimentare il dover essere costantemente in ritardo nei pagamenti rispetto ai termini concordati con i fornitori. I dati raccolti da Cribis indicano che tendenzialmente le catene della grande distribuzione sono bad boys: hanno cioè una propensione accentuata a cercare di non allinearsi alla media comportamentale del paese-mercato in cui agiscono. Ma la constatazione vera è un'altra: non è necessariamente così. Ci sono ambiti nazionali (non pochi) con un quadro differente: in Germania, Svizzera, Spagna, Austria, Ungheria le catene retail sono pagatori puntuali; nel Regno Unito lo scostamento è minimo.
Il contesto influisce poco: si va da mercati ad alta concentrazione di competitor (Austria, Svizzera, Regno Unito) a mercati frammentati e ricchi di insegne regionali (Germania) oppure con la presenza di stranieri (Spagna); ad alta aggressività commerciale per la presenza di discounter potenti oppure a sviluppo recente con dettaglio locale ancora forte (Ungheria). È semplicemente una questione di stile culturale. E laddove il pagamento ritardato viene sfruttato sistematicamente per favorire lo sviluppo di rete, si cerca in ogni caso di contenere il fenomeno entro limiti accettabili e sostenibili dal sistema.
La seconda considerazione riguarda, infatti, la dimensione del fenomeno. In nessun altro Paese i retailer alimentari locali presentano una distonia così rilevante nella puntualità dei pagamenti rispetto alla media degli altri pagatori del mercato. Per l'Italia il gap dal livello medio nazionale è il peggiore per consistenza: ben 24 punti. Detto in altro modo, nella classifica europea della puntualità di pagamento alla scadenza dei termini l'Italia si piazza al 4° posto; nella stessa classifica dei retailer quelli italiani sono tristemente all'ultimo posto. Penultimi i francesi, che infatti hanno costretto il Governo a varare una legge specifica. Curiosità: è la prestazione Retail che priva l'Italia del podio. L'Olanda (3ª) è distanziata di un solo punto percentuale; la puntualità delle catene fiamminghe è al 36%, nella penisola la stessa è merce rara (solo il 21,7%).

Foglia di fico
L'ultima considerazione concerne, invece, la foglia di fico: negli ultimi 5 anni le catene italiane sono migliorate, passando da un indicatore di puntualità del 16,6% a uno del 21,7%. Tale performance è avvenuta però agendo sulla leva della scadenza dei termini, più che su un cambio di efficienza e mentalità. Nella sostanza, la somma dei termini dilazionati più i giorni di ritardo ha avuto nello stesso quinquennio un certo peggioramento. Va infatti detto che se i dati assoluti bocciano senza smentite i protagonisti di Gd e Do sottolineandone il ritardo nell'efficacia di gestione e nella mentalità (atteggiamenti dolosi e colposi), tale situazione s'innesta (in maniera aggravante) su un panorama di termini contrattualistici che non è fra i migliori a livello europeo.
Anche in Italia comunque si può fare: lo sberleffo arriva del nord-est (che Cribis allarga all'Emilia Romagna). Qui la puntualità è doppia rispetto ai colleghi del resto d'Italia (40,8 vs 20,1). I retailer di quell'area si collocano così al 5° posto in Europa, più virtuosi dei vicini austriaci di cui imitano al meglio la cultura dominante. Chapeau.

     
  Strumenti finanziari e factoring: sono leve da reinterpretare  
 

L'introduzione dell'articolo 62 porta prepotentemente in primo piano una peculiarità, non positiva, del tessuto imprenditoriale italiano: la scarsa patrimonializzazione media delle imprese e la capacità di affrontare i tempi di crisi. In linea di principio il credit crunch dovrebbe determinare un rallentamento degli investimenti; meno o per nulla dovrebbe impattare sulla gestione ordinaria. Il ricorso al credito per sostenere i costi correnti è infatti un indice preoccupante circa il grado di buona salute di un'impresa. La grande distribuzione, dilatando i tempi di pagamento oltre la media fisiologica di una corretta gestione, effettua un'operazione finanziaria sul capitale circolante spostando di fatto gli oneri sui fornitori. Se l'accesso al credito per sostenere l'ordinario risulta preoccupante, maggiori turbamenti desta il ricorso al factoring quando il creditore è certo e robusto. Come noto, il factoring è un contratto in cui un'impresa cede a un soggetto terzo tutti i crediti; questo a fronte di una commissione può coprire tutte le esigenze di gestione fino alla copertura economica. Lo strumento è particolarmente utile in diversi casi: soprattutto nello sviluppo di nuovi mercati. Può essere utilizzato con profitto anche in una gestione del portafoglio a rischio diversificato. Tuttavia, se è il debitore a invitare il creditore verso una soluzione di factoring, emerge il dubbio che l'esito finale dell'operazione sia di far pagare un interesse sui propri denari! Un'inversione micidiale dei criteri legati alla concessione del credito dove normalmente il costo del denaro è sostenuto dall'acquirente; ebbene, il risultato finale di alcune situazioni di factoring "monomandatario" è l'accollamento dei costi a carico di chi, in definita, eroga il prestito!
In Italia, situazioni coercitive determinate da posizioni dominanti si riscontrano a diversi livelli. Dal lavoratore a cui è imposta la partita Iva nonostante abbia un regime di piena dipendenza (monocliente, presenza continuativa in un posto di lavoro, lavoro totalmente subordinato) fino allo Stato che ha accumulato, secondo le stime più ottimistiche, 70 miliardi di euro di debito verso aziende private. In tutte le circostanze i costi delle anomalie sono enormi. F.O.

 
     
     
  Filiere trasparenti: vantaggi e rischi  
 

I ritardi nei pagamenti hanno un doppio effetto negativo. Un primo puntuale sull'impresa che non riceve il dovuto; un secondo più generale sul mercato che depaupera un bene imprescindibile: la fiducia. I ritardi possono essere colposi (per una reale inefficienza del sistema di gestione) ma spesso dolosi. Vi sono casi in cui il dolo nasconde uno stato di solvenza ma l'impresa tende a fare provvista finanziaria proprio per cautelarsi dal diventare vittima dello stesso male. Tutto ciò può generare un effetto domino in cui i ritardi si moltiplicano e dilatano portando alla morte dei soggetti più deboli. Un anticorpo a questo contagio è rendere le filiere massimamente trasparenti attraverso la condivisione di informazioni tra competitor in modo da far emergere le anomalie. La trasparenza delle filiere rende la collaborazione più incisiva anche se, in alcune circostanze, può rivelarsi inefficace. Per esempio quando il terminale è la grande distribuzione, qualsiasi azione possibile è fisiologicamente irrilevante. Occorre, secondo Mark Up, altresì tener conto che, la condivisione delle informazioni tra competitor potrebbe ingenerare tentazioni di cartello verso i clienti e in Italia alcune avvisaglie si sono registrate, per esempio, con la pasta secca di semola. F.O.

 
     

L'eccellenza del virtuosismo tedesco
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