Scordamaglia: “consolidare la valorizzazione del modello”

Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare
Al centro della politica di sviluppo del settore ci deve essere il modello alimentare italiano. Con lo stanziamento di nuove risorse economiche (da Mark Up n. 255)

Le nuove abitudini alimentari degli italiani, mutuate sia delle attuali tendenze salutistiche sia dalle minori disponibilità economiche di una parte dei consumatori. E le risposte sviluppate dalle aziende del food, oggi più vicine ai clienti attraverso un’offerta di prodotti specifici, con focus sul concetto del benessere. Ma anche il ruolo sempre più importante assunto dall’export del settore. Questi i temi emersi della nostra chiacchierata con il presidente di Federalimentare, Luigi Scordamaglia.

Parliamo innanzitutto dei trend del salutismo. Sarà di supporto all’industria alimentare italiana o ne costituirà un elemento di criticità?
In primo luogo bisogna separare il trend salutistico dal trend di moda. Una cosa è il salutismo, inteso come consapevolezza del consumatore dell’importanza di una dieta equilibrata per il mantenimento della propria salute e del proprio benessere. In questo senso è un elemento positivo per un’industria alimentare da sempre  attenta  a  questi  aspetti,  e  che  negli ultimi  anni  ha  provveduto  a  riformulare migliaia di prodotti riducendo per esempio  il  potere  calorico  o  la  porzione  dei cibi. Altra cosa è, invece, il proliferare di consumatori che portano alle estreme conseguenze il concetto di wellbeing  nella  propria  dieta,  fino  ad  arrivare  ad  avere  dei  problemi  legati  all’alimentazione.

Può farci qualche esempio in merito?
Come rileva il recente studio del Censis sui cambiamenti nelle abitudini alimentari degli italiani, oggi, nel nostro paese, le  persone  affette  da  ortoressia  (disturbo psicologico legato all’ossessione maniacale per i cibi sani) sono ormai quasi 450.000, ovvero 3 volte i celiaci. Perché siamo  arrivati  a  questi  numeri?  Sicuramente perché c’è una preoccupante tendenza alla disinformazione da parte del consumatore,  che  si  lascia  influenzare  nelle scelte alimentari da mode passeggere, che magari criminalizzano in maniera  ingiustificata  singoli  alimenti  andando a creare degli squilibri nella dieta.

Oltre al fenomeno moda, c’è però anche un fattore economico ...
Non possiamo nasconderci che le abitudini  alimentari  sono  mutate  anche  per  questa ragione. Sempre il Censis evidenzia come alla minor capacità d’acquisto dei  nostri  connazionali  abbia  corrisposto  una  riduzione  quantitativa  degli  acquisti stessi, differenziata a seconda del reddito delle famiglie. In altre parole, la spesa alimentare è crollata più che altro per chi ha i redditi più bassi. Non solo: per costoro è crollato anche l’acquisto selettivo di alimenti a maggior valore nutrizionale. Causando lo sviluppo di una serie di patologie, a partire dall’obesità.

Come si fa a contrastare l’insorgere di queste malattie legate al cibo (dall’ortoressia all’obesità)?
Ritengo fondamentale che gli organi di informazione (soprattutto la televisione) facciano  conoscere  il  valore  del  nostro  regime alimentare tradizionale, dando la parola  a persone  qualificate,  per  esempio a nutrizionisti, e non ad esperti improvvisati. Insomma i media si dovrebbero adoperare per divulgare in maniera seria l’importanza della dieta mediterranea, che è equibrata e sana, e che ha fatto di noi una delle popolazioni più longeve al mondo.

L’export  di  Made  in  Italy  continua  a  dare  soddisfazioni  all’industria  alimentare?
Decisamente  sì.  Parliamoci  chiaro:  il  mercato interno ha perso quasi 15 punti in valuta costante da inizio crisi e nel 2016  ha  solo  interrotto  la  discesa,  mostrando  qualche  “zero  virgola”  di  recupero.  Per  cui  il  settore  ha  capito  da  un pezzo che lo spazio espansivo si lega, in gran parte, agli sbocchi esteri: sono infatti i mercati stranieri che hanno consentito di ammortizzare la discesa della produzione alimentare nella fase recessiva.

Qualche numero?
Negli ultimi otto anni, la produzione alimentare ha accusato una perdita di soli 3 punti, contro i quasi 25 del totale industria del paese. L’export dell’industria alimentare 2015 è cresciuto di quasi il 60%: più di quattro volte a confronto col +14% messo a segno dal totale industria nazionale. E nei primi otto mesi del 2016, l’export di settore è aumentato del 3,5%, contro il -0,1% del totale industria.

I principali paesi target per l’export?
Sicuramente gli Usa, che restano centrali anche il prossimo anno, dato che si tratta di un enorme mercato potenziale. Che si deve intercettare, innanzitutto, mirando a sostituire l’Italian sounding con il nostro  prodotto.  Perché  adesso  siamo  abbastanza forti per andare a scaffale con l’autentico  prodotto  italiano,  spingendo  sulle  leve  della  promozione  e  della  comunicazione, che saranno alla base del nuovo piano per l’alimentare Made in Italy. Si darà poi più spazio all’Asia, cioè Cina, incrementando le attività di eCommerce. Infine sono decisamente interessanti anche la Tailandia e l’Indonesia.

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