Senza legalità la ripresa è utopia

Intervista – Regole certe e rispettate da tutti, insieme a un'amministrazione pubblica buona e onesta, sono indispensabili per tornare ad attrarre gli investimenti dall'estero (da MARKUP 203)

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Chi è Giacomo Vaciago
Nato a Piacenza il 13 maggio 1942, è uno dei più noti economisti italiani. Dopo la laurea all'Università Cattolica di Milano, nel 1964, ha conseguito il Master of Philosophy in Economia a Oxford. Incaricato e successivamente titolare della Cattedra di Economia politica presso l'Università di Ancona, è rientrato alla Cattolica nel 1989, prima come ordinario di Politica economica e quindi come direttore dell'Istituto di Economia e Finanza. È stato più volte consulente del Governo e, dal 1994 al 1998, sindaco di Piacenza. Dal 1983 è editorialista del Sole 24 Ore.

Mi sembra improbabile che le misure prese finora possano davvero servire a uscire dalla crisi". Questa l'analisi, spietata, del professor Giacomo Vaciago, che non lascia spazio a interpretazioni di segno diverso.
"Il motivo è molto semplice - spiega - ed è da ricercare in un errore di fondo: abbiamo confuso, in Italia ma anche in altri Paesi europei, la crisi con la recessione. E convinti di essere in recessione abbiamo agito come se la ripresa fosse un fatto scontato, cosa che in effetti accade nei normali cicli dell'economia".

■ Cerco di riassumere: la crisi inizia con l'esplosione di una bolla finanziaria nell'agosto 2007, diventa industriale dopo il fallimento di Lehman-Brothers nel settembre del 2008, per credit crunch, e da lì si estende all'eurozona.
Esatto, e questo accade a fine 2009 con la scoperta dell'imbroglio della Grecia. La crisi è ancora in corso perché i Governi non riescono a gestire un mondo globale che nessuno più controlla. L'economia reale sta rallentando perché i Paesi emergenti hanno, per fortuna, un po' frenato, e perché i Paesi avanzati, purtroppo, non riescono a ripartire. Così anche quest'anno eviteremo il peggio, ma non realizzeremo il meglio.

■ Se capisco bene la recessione è quindi la coda della crisi, motivo per cui le contromisure non hanno finora funzionato.
Infatti mentre nelle fasi di recessione si "restringono" i consumi, negli ultimi anni si è ristretta l'industria, espellendo persone dal mercato del lavoro e affidandole agli ammortizzatori sociali. Come si possa pensare di ripartire in queste condizioni resta un mistero. Da quindici anni l'Italia cresce sempre meno, l'ho detto e scritto tante volte. Il nostro meglio cresce altrove, perché gli imprenditori seguono il mercato dove c'è sviluppo vero, e il nostro Paese è sempre meno attraente, quindi nel suo complesso l'economia non cresce. L'ultima manovra era indispensabile, ma penso che non basterà a garantire il pareggio del Bilancio nel 2013. La Bce aveva chiesto una consistente riduzione del deficit, ma anche misure per alzare il potenziale di crescita dell'economia.

■ Misure che tuttora mancano e che invece sarebbero necessarie per rilanciare i consumi interni…
Che finora hanno retto anche meglio di quanto si potesse temere perché la gente ha reagito riducendo il risparmio, oppure facendo ricorso al vero ammortizzatore sociale, il risparmio degli anziani, dei genitori in pensione, ma è evidente che il sistema non può reggere ancora a lungo.

■ Di questo risente inevitabilmente anche il sistema della grande distribuzione, che anche negli anni di crisi ha continuato a investire cercando di far fronte alle difficoltà.
Senza dubbio sì, è una parte della nostra economia che ha investito bene, forse fin troppo, sperando di agganciarsi a una ripresa che purtroppo ancora non si vede. A mio avviso c'è un dualismo crescente tra la grande distribuzione e le botteghe dei centri storici che stanno chiudendo a raffica consegnando le aree più pregiate delle nostre città al degrado.

■ Può spiegare meglio?
Presto detto: stiamo applicando il modello americano con 50 anni di ritardo. I ricchi e benestanti si sono ritirati in collina, lasciando i centri alle fasce più deboli e all'immigrazione. Si tratta di un fenomeno oggi visibile soprattutto nelle città italiane medio-piccole, che temo finirà per contagiare anche le più grandi. I costi della singola attività commerciale sono quindi sempre meno sostenibili, anche perché meno abitanti significano meno clienti. Il modello tornerebbe a essere sostenibile se qualcuno iniziasse ad avere una progettualità seria sulle reti di botteghe e forse, e ripeto forse, la grande distribuzione potrebbe essere uno dei soggetti in grado di gestire una simile complessità.

■ Resta però il problema della crescita del Paese, nonostante i recenti annunci di un piano decennale mancante, ancora una volta, di impegni stringenti su privatizzazioni, liberalizzazioni e riforma delle pensioni.
Tutte azioni utilissime, ma da quasi dieci anni dico che per stimolare la crescita della produttività basterebbero due cose: tecnologie e legalità. Da noi le nuove tecnologie ICT non sono sostituite alle vecchie, ma si sono sommate. Da dieci anni non mi arriva una lettera dall'America, mentre dall'Italia mi arrivano, oltre alle lettere ed ai fax di una volta, una cinquantina di mail al giorno. E la sovrapposizione riduce la produttività, non la stimola. È come cercare di far circolare sulle strade, nello stesso istante, automobili e carri trainati dai cavalli. Una confusione.
■ Il secondo antidoto da lei indicato è la legalità: cosa intende esattamente?
Viviamo in un Paese con quattro volte il denaro circolante della Germania, e se ci confrontiamo con gli Stati Uniti vediamo che il 34% dei nostri pagamenti avviene in contanti, contro l'8% degli Usa. A cosa serve tutta questa liquidità? Temo a favorire corruzione ed evasione fiscale. Oggi è indispensabile rendere il Paese più attraente, favorire gli altrui investimenti in Italia. Ma per farlo dobbiamo ripristinare legalità e buona, ed onesta, amministrazione pubblica. Poi possiamo passare agli altri interventi.

■ Immagino si riferisca a riforma delle pensioni e privatizzazioni…
Il rilancio dell'economia tedesca ha avuto un principio base: lavorare di più e meglio. Dovremmo emulare le altrui virtù. Andare in pensione il prima possibile è stato a lungo uno slogan ben accolto dalla nostra politica. È ora di dire il contrario: lavorare meglio e il più a lungo possibile è qualità essenziale. C'è il diritto, ma anche il dovere di lavorare. Le privatizzazioni sono indispensabili ma per rimborsare debito pubblico, certo non per finanziare nuova spesa. In tre anni si può scendere dal 120 al 90% nel rapporto debito/pil con un appropriato piano di dismissioni, che rimborsi un quarto del debito pubblico oggi esistente non emettendo nuovo debito a lungo termine in quei tre anni, e quindi resistendo benissimo al pessimismo dei mercati.

■ In questa situazione come dovrebbe reagire il sistema delle imprese, ancora sano ma in forte difficoltà a causa delle incertezze della politica?
La priorità, ovvia, è realizzare guadagni di efficienza e contrastare l'impoverimento di tanti italiani con un'appropriata politica del mix qualità-prezzo, anche nella stessa struttura commerciale. Ovvio poi che l'innovazione e quindi la crescita, sono favorite dalla competizione. Chi non innova deve sapere che resterà senza clienti e quindi lo attende il fallimento! Per ottenere ciò, occorre un eccezionale aumento del grado di concorrenza. Qualcosa che nei paesi normali fanno i Governi cosiddetti di destra. Da noi si sono persi dieci anni, e quindi sarebbe bene cercare di recuperarli. Come? Con massicce anche se un po' sgradevoli almeno all'inizio, liberalizzazioni e privatizzazioni. Ma immagino che per procedere su questa strada servirà un governo di "grande coalizione". ■

Allegati

203_Intervista_Vaciago

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