Troppi contributi possono far “male” al “mare”

Gli opinionisti di Mark Up (da Mark Up n. 262)

Il settore primario della pesca in Italia ha perso quasi il 60% della produzione negli ultimi 15 anni: si tratta di un declino non dovuto solamente al depauperamento dei mari prospicienti la nostra penisola. Anche le politiche europee hanno le loro responsabilità così come i governi che, succedutisi in Italia negli anni, hanno avvallato i regolamenti sovranazionali. Ricordo che perfino sul mio sussidiario delle scuole elementari veniva citata la flotta di 400 pescherecci, anche oceanici, del porto di San Benedetto del Tronto, senza dimenticare la flotta di Mazara Del Vallo in Sicilia. La marineria italiana operante nel Mediterraneo aveva equipaggi e armatori che avevano favorito la nascita di una fiorente industria conserviera, in particolare tonniera, localizzata soprattutto in Sicilia. Si è arrivati al paradosso di concedere contributi per la costruzione e l’ammodernamento dei pescherecci e delle navi tonniere per poi incentivarne la rottamazione con la scusa che il tonnellaggio era modesto, non adeguato agli standard europei e che bisognava contingentare la pesca del tonno rosso nel Mediterraneo. Risultato: si sono perse professionalità, gli armatori non investono più, le industrie conserviere sono ubicate in altri paesi del mediterraneo, i pescatori italiani non riescono più a tirare avanti e noi importiamo quasi l’80% del nostro fabbisogno pur con un mercato ittico in continua crescita. Il Mediterraneo si è ripopolato di tonni, ancora contingentati, molto ghiotti di sarde che i pescatori non riescono più a pescare in Adriatico. Le politiche europee devono dunque essere rimodulate perchè si rischia di avvantaggiare paesi come Francia, Olanda o Norvegia dove l’economia ittica è in pieno sviluppo.

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