Verità o post-verità?

Occorre proporre un’educazione verso ciò che è autentico perché deve misurarsi con la rivoluzione digitale e con l’impatto emotivo dei social (da Mark Up n. 256)

Le imprese, il marketing, i consumi, la comunicazione, si trovano oggi di fronte a una rinnovata sfida: la veridicità dell’informazione. Da affermare nell’etichetta di un prodotto o nelle campagne pubblicitarie, nel garantire la filiera dei processi così come nell’ambito della Csr. In questa era web oriented, che vede in Italia più di 35 milioni di utenti internet via smarthphone, le informazioni sono lette velocemente e ciò acuisce il problema. Il tema della verità è diventato di grande risonanza in questi ultimi mesi quando molti opinionisti hanno ripreso il termine post-verità, introdotto, a novembre 2016, come parola dell’anno dall’Oxford English Dictionary, nella sua versione inglese post-truh. Prima ancora, nel corso della tappa milanese del Festival della Crescita, a ottobre 2016, la questione è stata più volte ripresa, in particolare dai giornalisti che hanno animato il Convivio Giornalismo a servizio della crescita, proprio perché si trovano ogni giorno a dover verificare fonte e attendibilità dell’informazione. Alla verità si può sempre arrivare se non ci fermiamo alla genericità dei social o ci lasciamo affascinare da presunti esperti. Chiunque frequenti i social network avrà incontrato qualche sito di notizie fake, prodotte per attrarre clic.Anche l’Accademia della Crusca vi ha dedicato un approfondimento, ragionando sulle diverse interpretazioni di post-verità. Il significato prevalente riguarda il superamento della verità, ma pone quesiti e perplessità che impattano sulle abitudini di consumo: pensate alla confusione che in ambito alimentare si è creata nella proposta di regimi dietetici contrapposti, o alla supposta nocività dell’olio di palma. Come venirne fuori? Non certo rinunciando all’idea stessa di verità, come per esempio ha fatto Ferrero che proprio sull’olio di palma ha prodotto e divulgato campagne di puntuale rigore informativo. Un esempio di “nuovo realismo” che dovrebbe essere applicato non solo ai processi, ma all’intera filiera del consumo. La potenza moltiplicatrice del web può essere indicata come causa, anche se forse ancora più importante è il desiderio di stupire: altrimenti non si spiegherebbe la velocità e la capillarità di informazioni “inventate” che risultano però emotivamente accattivanti. False notizie e bufale hanno conosciuto una pericolosa accelerazione. Se l’emozione e la simpatia devono continuare a ravvivare i nostri cuori di consumatori felici, sarà importante che anche il cervello sia stimolato ed educato al discernimento: nello scegliere un prodotto, un punto di vendita o nel valutare, nel mondo della vendita, la veridicità del giusto prezzo a scaffale od online, senza che vi siano trucchi o inganni. Massimiliano Dona, Unione Nazionale Consumatori, è sceso in campo promettendo interventi anche su questo tema, proprio perché è una esigenza sentita dai cittadini nel loro ruolo di ConsumAutori. È su questa stessa linea di confine che si definirà anche il destino futuro delle aziende, perché, come ha affermato Francesco Pugliese, Ad di Conad, al Festival: “un’azienda deve raccontare ciò che fa davvero, non dire la verità è veramente stupido, perché puoi essere sbugiardato in pochi minuti, perdendo la reputazione”. Il tema della verità è così diventato il cuore del Manifesto della Crescita che al suo sesto punto recita “Riscoprire la verità nella comunicazione, all’insegna dell’inevitabile tracciabilità”. Ciò significa proporre una educazione verso ciò che è autentico, tanto più importante perché deve misurarsi con la rivoluzione del digitale e con l’impatto emotivo dei social.

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