Sulla spesa pubblica locale

Gli opinionisti di Mark Up (da Mark Up n. 284)

Tutti vogliono tagliare le tasse. Nessuno la spesa pubblica, perché, produttiva o meno, essa è sempre un beneficio per qualcuno (che vota). Quindi glissare è meglio: ci penserà un altro, ci penseremo domani. Nel frattempo, il deficit alimenta il debito e il carico fiscale cresce, nonostante gli sforzi sovrumani di fantasia, linguaggio e tecnicismi profusi per negarlo.
Un’ottima novità, venuta a maturazione negli ultimi anni, potrebbe aiutare. Essa poggia su due concetti: diritti dei cittadini a livelli essenziali di servizio pubblico e produzione dei suddetti servizi a costi efficienti. La strategia consiste nel fissare valori standard di spesa contenenti un elemento di quantità -il servizio oggetto del diritto- e un elemento di costo/prezzo efficiente.
Produrre quel servizio a quel costo si può e si deve.
Il resto va eliminato. Questo impianto, ad oggi, è solo in parte realizzato. Di recente Confcommercio ha considerato la spesa pubblica gestita da tutti gli enti decentrati, aggregati per regione, osservando che se l’attuale output pubblico locale fosse prodotto ai costi della regione più virtuosa, su 174 miliardi di spesa ben 66 si potrebbero risparmiare.
Cifra esorbitante che dipende sì dalle inefficienze di costo ma, soprattutto, dall’inefficacia dei produttori pubblici. Molti cittadini, specie al Sud, non godono di adeguati livelli di servizio (dalla sanità ai servizi idrici, dai rifiuti all’ambiente, dal trasporto locale agli asili nido). Per portare tutti gli italiani ai livelli di servizio delle migliori realtà locali, occorrerebbe reinvestire 61 di quei 66 miliardi di euro di sprechi. Comunque, 5 miliardi all’anno sono soldi buttati. Chissà dove finiscono.

 

 

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