60 milioni di persone acquistano ogni settimana nei punti di vendita al dettaglio rappresentati da Adm, le cui imprese effettuano l’81% degli acquisti in Italia. Il 91,5% dei fornitori di marca del distributore nel largo consumo sono italiani e il 78% Pmi

Quasi 2 milioni di lavoratori (il 9% dell’occupazione complessiva del Paese), 101 miliardi di euro di valore aggiunto generato (il 7% di quello nazionale), 30 miliardi di euro di contributi fiscali per lo Stato. Questo in sintesi il contributo complessivo all'economia nazionale prodotto dalle imprese della distribuzione italiana aderenti ad Adm.
Adm-Associazione Distribuzione Moderna, lo ricordiamo ai lettori non del settore, è l’organismo che rappresenta le imprese che gestiscono direttamente o indirettamente catene di negozi al dettaglio a libero servizio a prevalenza alimentari con superfici variabili, in genere, dai 200 mq in su. Ne sono membri Federdistribuzione, Ancc-Coop, Ancd-Conad e circa 900 imprese a preponderante specializzazione retail (vendita al pubblico) operanti in Italia.
Adm è anche il luogo dove le tre associazioni di rappresentanza si confrontano per individuare percorsi comuni su temi condivisi di natura istituzionale e per contribuire a diffondere una miglior conoscenza del settore e delle sue realtà.
Non deve stupire, dunque, che Adm reclami l'importanza economica e occupazionale del suo ruolo, "svolto nell'ambito di un mercato a libera concorrenza, nel quale le imprese del retail moderno hanno garantito un risparmio alle famiglie di oltre 40 miliardi in cinque anni nel solo largo consumo confezionato".
Per quantificare e misurare questo ruolo svolto dalla distribuzione nel quadro economico del Paese, lo studio sul Valore Esteso, realizzato da Adm in collaborazione con EY, ha preso in considerazione tre variabili fondamentali: ricaduta occupazionale, valore aggiunto generato e contributo fiscale per lo Stato. Ecco alcune evidenze statistiche emerse dalla ricerca.

IMPATTO ECONOMICO DELLA DMO NEI SUOI TRE LIVELLI: DIRETTO, INDIRETTO, INDOTTO
Le imprese rappresentate da Adm sostengono quasi 2 milioni di lavoratori, il 9% dell’occupazione complessiva del Paese, generano complessivamente 101 miliardi di euro di valore aggiunto (il 7% del valore aggiunto nazionale), creano 30 miliardi di euro di contributi fiscali per lo Stato. Questi gli impatti compessivi. Che sono la somma di tre tipi di impatti: quello "diretto" quantificabile in 460.00 collaboratori direttamente impiegati, 18 miliardi di euro di valore aggiunto generato direttamente e 7 miliardi di euro di imposte e contributi versati allo Stato; quello "indiretto", generato nella filiera in relazione agli acquisti di prodotti e servizi, e che si esplica con 1,1 milioni di posti di lavoro attivati indirettamente, 63 miliardi di euro di valore aggiunto generato indirettamente e 17 miliardi di euro di contributi versati allo Stato; e infine l’impatto "indotto", generato dagli acquisti dei lavoratori direttamente e indirettamente coinvolti che a loro volta hanno attivato un indotto, escludendo gli acquisti fatti all’interno delle imprese distributive: questo indotto ha creato da solo 396.000 posti di lavoro, 20 miliardi di euro di valore aggiunto e 6 miliardi di euro di contribuiti versati allo Stato.

LE 5 RICHIESTE ADM ALLA POLITICA
Ricordato, con il supporto statistico, il positivo e consistente impatto economico esercitato delle imprese Adm sulla generazione di valore aggiunto, occupazione ed evoluzione di stili di vita e di consumo, Adm sottolinea che "il commercio al dettaglio a libero servizio su medie e grandi dimensioni non delocalizza e la maggior parte della sua attività si realizza all’interno dei confini nazionali, creando un forte indotto attraverso la sua azione quotidiana e i suoi investimenti".
La richiesta di attenzione rivolta alla politica su 5 aspetti cruciali dell'economia distributiva e in non piccola parte nazionale (come abbiamo visto dai dati) potrebbe dare origine a un manifesto in 5 punti programmatici:

1) "Una rinnovata centralità della concorrenza, che veda le norme locali coerenti con quelle nazionali a tutela dei principi di concorrenza previsti anche dalle regole comunitarie e sempre confermate dalla Corte Costituzionale, che garantisca stesse regole semplificate per chi è presente nel mercato con punti di vendita fisici e chi opera solo via eCommerce, che porti all’eliminazione di tutti i monopoli e le rendite e introduca effettiva concorrenza nei settori, come ad esempio nei farmaci e nei carburanti";

2) "Pieno rispetto della legalità e certezza del diritto, portando a una lotta alla contraffazione, a combattere il mancato rispetto delle regole nel mercato del lavoro, a contrastare l’abusivismo e a opporsi all’evasione fiscale;

3) Rilancio dei consumi, "unica strategia per riuscire ad innescare un percorso stabile e strutturato di crescita. Oltre a scongiurare definitivamente l’applicazione delle clausole di salvaguardia sull’Iva, appare indispensabile varare misure volte ad assicurare sostegno alle persone e famiglie con i redditi più bassi e a quelle più colpite dalla crisi; una politica che, abbracciando un respiro più lungo di intervento, affronti anche seriamente il tema della bassa natalità";

4) interventi per rilanciare investimenti e competitività, "affrontando i temi del costo dell’energia, dell’iniquità di un’imposta come l’irap che penalizza le imprese labour intensive come quelle della Dmo, degli incentivi per favorire investimenti in riammodernamenti e ristrutturazioni delle reti commerciali. Affrontando anche le questioni aperte nel mondo del lavoro, diminuendo l’incidenza del cuneo fiscale, favorendo le politiche attive, aumentando e rendendo strutturali nel tempo gli incentivi per le aziende che assumono in forma stabile e che sono a sostegno del lavoro femminile e giovanile";

5) regole semplici e chiare, "riducendo gli adempimenti burocratici, accelerando l’attuazione delle leggi, armonizzando e coordinando i controlli a cui sono sottoposti i punti di vendita, soprattutto alimentari, da una pluralità di organismi".

 

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