Agrifood: sostenibilità e circolarità alla prova di Covid-19

Innovazione, recupero delle eccedenze di cibo, packaging parlante e filiera corta sono gli ingredienti per la ripartenza

La centralità del settore agricolo e agroalimentare, in Europa come in Italia, è emersa con tutta la sua forza in queste settimane di emergenza legata al Coronavirus. Vi sono evidenti ricadute sull’intera filiera dovute alla sospensione di alcune attività, alla generazione di sprechi ed eccedenze di prodotti rimasti invenduti o non serviti, alle difficoltà di scambio di materiali tra diverse parti del mondo e calo di manodopera disponibile. A livello istituzionale, in Italia, con i diversi Dpcm si è cercato di garantire liquidità alle imprese agricole per estinguere i debiti bancari attraverso mutui a tasso zero, di tutelare il Made in Italy agroalimentare nel mondo con l’introduzione di sanzioni contro pratiche commerciali sleali e di sostenere i lavoratori del settore agricolo con la cassa integrazione in deroga. La partita più interessante, se non altro per le cifre in campo, si sta, tuttavia, giocando a livello europeo. Infatti, del bilancio a lungo termine dell'UE per il periodo 2021-2027, la cui dotazione complessiva si aggirerà intorno a 1.850 miliardi di euro, circa 380 miliardi di euro saranno destinati al fondo europeo agricolo di garanzia e al il fondo per lo sviluppo rurale. La cifra sarà ridistribuita a sostegno delle nuove strategie Farm to fork e Biodiversità 2030, come per delineare una nuova PAC semplice ed efficace, con l’obiettivo di salvaguardare un modello agricolo europeo che tenga unite tutte le realtà, a partire da quelle più fragili che svolgono un importante ruolo come presidio del territorio e dell’ambiente, insieme agli obiettivi di tutela della salute e dell'ambiente.

 

 

In attesa che queste misure si concretizzino nella maniera più veloce ed efficace possibile, per dare risposte contingenti a queste criticità, sono nate collaborazioni fra imprese, Terzo Settore ed enti pubblici che afferiscono al mondo agrifood a tutto tondo. Da questo spirito collaborativo sono emersi chiaramente gli ingredienti per una ricetta di ripartenza efficace e sostenibile per il futuro in ottica di circolarità. Si tratta di supportare l’innovazione attraverso l’operato di startup di settore; garantire la distribuzione di aiuti alimentari e valorizzare le eccedenze; l’importanza dell'imballaggio (packaging) per tutelare la sicurezza del cibo e rendere tracciabili i prodotti e la filiera; ed, in ultimo, valorizzare il potenziale della “filiera corta” che accorcia le distanze a monte e a valle, non solo tramite la vicinanza geografica ma anche l’integrazione verticale, la disintermediazione e lo scambio di informazioni tra gli attori della filiera, per una maggior inclusione e trasparenza.

Tali elementi sono stati oggetto della ricerca dell’Osservatorio Food Sustainability della School of Management del Politecnico di Milano, per cui, nelle parole della sua responsabile scientifica Raffaella Cagliano, “Puntare su informazione e circolarità significa ottimizzare le risorse produttive, ridurre il più possibile gli sprechi lungo la filiera e utilizzare linguaggi e strumenti diversi, come le tecnologie e il packaging, per rendere la filiera più trasparente e i suoi operatori più partecipi e consapevoli. In un momento in cui c’è una forte necessità di ricostruire, a partire dalla fiducia degli operatori del settore e dei consumatori, l’informazione e la circolarità ricoprono un ruolo ancora più fondamentale e diventano gli elementi chiave per una maggior sostenibilità sociale, ambientale ed economica del nostro sistema agroalimentare”.

 

 

Il binomio circolarità e sostenibilità può, allora, trovare concretezza anzitutto a partire dall’innovazione portata dalle startup agrifood che propongono nuovi modelli di business e nuove soluzioni, offrendo l’occasione per ripensare l’intero sistema agroalimentare. Il numero di startup internazionali censite dall’Osservatorio che propongono nuovi modelli di business per la sostenibilità del settore ammonta a 1.158. Il Nord America, trainato dagli USA, si conferma la prima area del mondo sia per investimenti complessivi in startup di settore (1,7 miliardi di dollari). L’Europa è la seconda area per capitale totale raccolto, con 312 milioni, davanti all’Asia (308 milioni), ma le startup asiatiche raccolgono in media 4,2 milioni, contro i 2,7 delle europee. In Italia c’è fermento imprenditorale, ma il mercato è ancora limitato, dato che vi sono in totale 53 startup agrifood di cui solo 7 sostenibili (il 13%), raccogliendo appena 300 mila dollari di finanziamenti, pari allo 0,01% del totale. Tornando ad una monitoraggio generale del campino analizzato dall’Osservatorio, si nota come quasi quattro startup sostenibili su dieci sono Service Provider che analizzano dati e monitorano le prestazioni attraverso dispositivi smart per ottimizzare le attività agricole e ridurre gli sprechi (456 startup, il 39% del totale); una su cinque si occupa di Food Processing e punta su ingredienti naturali e cibi proteici alternativi (231 startup, il 20%); il 15% (179 startup) è un Technology Supplier, che fornisce tecnologie per l’agricoltura di precisione e propone soluzioni per la coltivazione idroponica.

© Osservatorio Food Sustainability della School of Management del Politecnico di Milano

Per quanto riguarda la lotta allo spreco alimentare, l’Osservatorio ha preso in esame dei modelli di economia circolare per ridurre gli sprechi basandosi sull’analisi di un campione di 1.534 punti vendita, 28 centri di distribuzione (CeDi), 3.705 punti cottura con servizio ristoro (mense) e 80 punti cottura centralizzati (depositi e centri cottura). L’obiettivo era quello di indagare le pratiche maggiormente adottate per la prevenzione e la gestione delle eccedenze alimentari, i fattori abilitanti e le barriere che ne ostacolano l’adozione negli stadi della distribuzione e della ristorazione collettiva. I numeri raccolti delineano una progressiva sistematizzazione della misurazione delle eccedenze generate, adottando tempistiche definite e una suddivisione merceologica. In generale, la priorità a livello di gestione viene data al recupero e alla ridistribuzione per il consumo umano, che resta una delle pratiche maggiormente adottate dalle imprese di questi stadi. In questo frangente si inseriscono realtà molto efficienti frutto della sinergia di diversi stakeholder pubblico-privati, come nel caso dell’ “Hub di Quartiere contro lo Spreco Alimentare” di Milano, che ha consentito la messa a terra di un sistema operativo di ridistribuzione di eccedenze alimentari donate da una rete di imprese, basato su un hub logistico, allo scopo di offrire ai beneficiari una fornitura alimentare bilanciata da un punto di vista nutrizionale. Nel primo anno di attività del progetto sono state recuperate oltre 120 tonnellate di eccedenze alimentari, per un valore di quasi 500 mila euro, ed è stato recuperato quasi un terzo delle eccedenze generate dai partecipanti della GDO e ristorazione collettiva, tanto che a febbraio 2020 risultavano servite 24 associazioni non-profit, in grado di raggiungere 1.307 famiglie (1.488 bambini e 2.478 adulti).

Proseguendo, inoltre, con gli elementi fondamentali per ottemperare al paradigma della sostenibilità, non si può ignorare la questione imballaggi. Di fatti, un imballaggio è sostenibile non soltanto quando aumenta la sicurezza degli alimenti e riduce l’impatto ambientale, ma anche quando persegue obiettivi sociali di estensione dell’accesso al cibo, attraverso etichette facilmente leggibili e interpretabili, per tutti i livelli di istruzione e possibilità psicofisiche. Per di più, grazie a nuove tecnologie, si stanno diffondendo anche imballaggi che utilizzano materiali adatti al rispetto dei principi dell’economia circolare. È li caso dei Circular Inputs, soluzioni di packaging basate sull’uso di materiali riciclati o bio o la cui produzione sfrutta energia da fonti rinnovabili, delle soluzioni Resource Recovery, che trasformano e valorizzano le risorse giunte a fine vita, delle soluzioni Lifecycle Extension, che prolungano la vita utile dei prodotti alimentari e degli imballaggi, e del modello Product as a service, che consente al consumatore di utilizzare risorse messe a disposizione da terzi senza essere proprietario del prodotto.

Vi sono, infine, gli interessanti modelli riconducibili  alla “Short Food Supply Chain”, ovvero ad una cosiddetta “filiera corta” che fanno leva sulla prossimità geografica, informativa e relazionale, perseguendo diversi obbiettivi di sostenibilità. A questo proposito, l’Osservatorio ha individuato quattro modelli di filiera corta che operano entro distanze geografiche limitate ma con caratteristiche diverse. Al modello Downstream Oriented, appartengono imprese che a monte integrano un’elevata vicinanza geografica con relazioni molto strette con i produttori, mentre a valle le distanze geografiche e relazionali si allargano, compensate dalla mole di informazioni diffuse tramite il packaging. Il modello Fully Integrated presenta una filiera interamente integrata a monte e uno stretto controllo delle informazioni lungo tutta la rete grazie alle forti relazioni fra operatori. Il gruppo Information-rich presenta una distanza geografica maggiore con gli stadi a monte della filiera, ma investe molto sulla trasparenza delle informazioni attraverso sistemi di gestione integrati con gli allevatori. Il gruppo End-to-end è quello con la maggiore attenzione all'integrazione fra prossimità informativa e geografica. Le Short Food Supply Chain permettono di rispondere ad alcune sfide della sostenibilità, come lo sviluppo delle aree rurali. Tuttavia, si tratta di un modello che funzionerà, nel lungo termine, solo facendo degli investimenti sistemici che valorizzino la collaborazione fra attori della filiera, la trasparenza e la condivisione delle informazioni. Si tratta di saper sfruttare le ombre della crisi come un’opportunità per ripensare l’intero ecosistema agrifood.

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