Alzare l’asticella dell’advertising? Ce n’è bisogno!

Gli opinionisti di Mark Up (da Mark Up n. 262)

Come è noto, il product placement consiste nell’esposizione di prodotti, marchi o altri simboli commerciali che si realizza inserendo nelle diverse scene di un’opera filmica o in un programma tv immagini o menzione degli stessi. La pratica è corretta a condizione che lo spettatore ne sia informato: ecco perché oggi non c’è programma di intrattenimento che
non sia accompagnato dalla sovraimpressione che avverte dell’inserimento di prodotti “a fini commerciali”. Ma non è tutto: al fine di garantire un’adeguata tutela dello spettatore, la normativa precisa che l’inserimento di prodotti all’interno di un programma debba avvenire senza dare indebito rilievo ai marchi. Nello spirito della normativa, viene evidenziata la coerenza del placement nello sviluppo narrativo. Per questo mi sembra che durante alcuni programmi si assista a delle esagerazioni: vedi ad esempio “L’eredità” (in onda su Raiuno) con quelle frequenti inquadrature delle bottigliette d’acqua minerale che non hanno alcuna funzione (né il conduttore nè i concorrenti le usano per dissetarsi), se non quella di fare da “arredamento” dello studio. Ce ne siamo interessati con l’Unione Nazionale Consumatori, depositando una segnalazione all’Autorità Garante della Concorrenza. Staremo a vedere. Perché discuterne qui? Perché sento spesso importanti manager d’azienda evocare la necessità di alzare l’asticella della qualità dell’advertising. Eppure non mi sembra che accada: ne ho già parlato in passato proprio da questa rubrica ricordando il preoccupante azzeramento comunicativo di certi spot. Dal marketing e da chi rappresenta i consumatori, si aspetta di più di un insulso placement televisivo.

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