Brexit: cosa significa per agrifood e retail?

Ora che UK ha deciso per il leave, quali sono le implicazioni per un mercato chiave della nostra economia? E quali per il mercato retail?

Mentre è ormai chiaro che alla fine Brexit sarà, è interessante vedere come i mercati si domandino quali saranno le implicazioni. Non solo a livello macroeconomico, ma anche per i singoli comparti industriali. Ad esempio quello alimentare. La preoccupazione, su questo fronte, è alta. Perché Brexit non riguarda solo i produttori alimentari britannici ma anche qualunque produttore, sia UE sia al di fuori dell’Unione, che serve il mercato UK. Se il primo tema è l’incertezza su quanto accadrà, già sul tavolo arrivano temi come la natura dei rapporti commerciali tra la UE e il Regno Unito. E considerando che il Paese importa il 50 per cento del proprio fabbisogno alimentare le conseguenze possono essere pesanti, in base alla tipologia di accordi che verranno mantenuti. Tra EEA e WTO c’è una bella differenza. Intanto Brexit potrebbe portare a una rottura totale degli schemi delle supply chain: UK fuori dalla UE potrebbe rendere più attrattivi altri mercati. E qualche produttore potrebbe anche pensare a una relocation.

Il versante retail
Per il retail, la preoccupazione più forte è legata ai valori di cambio e ai costi delle importazioni. Qualche operatore che da UK stava pensando all’internazionalizzazione potrebbe cambiare idea e chi da OltreOceano ha spesso utilizzato la Gran Bretagana come trampolino per il Vecchio Continente dovrebbe negoziare da un lato con la UE, dall’altro con UK. Finora abbiamo preso in considerazione gli aspetti centrali per il Regno Unito.

Ma in Italia cosa cambia?
Per il settore agroalimentare probabilmente relativamente poco. Ne sono convinti, o almeno lo erano alla vigilia di Brexit, Luigi Scordamaglia, presidente di Federalimentare, Coldiretti e Sace, sottolineando come il problema potrebbe essere legato al potere d’acquisto a alla moneta, con la contropartita non del tutto negativa dell’assenza dai tavoli delle decisioni di un partner a volte avverso alle politiche di protezione e tutela dei marchi. Secondo Prometeia, invece, la reintroduzione dei dazi potrebbe costare al nostro comparto alimentare qualcosa come 450 milioni di euro, mentre a quello del fashion 200 milioni di euro, pari rispettivamente al 14 per cento e al 9 per cento di quanto esportato.

Un approfondimento su questo tema sarà pubblicato sul prossimo numero di MarkUp

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