Business Myopia 2.0

Un punto di vista di un manager “pentito” che vede nella ricerca spasmodica di marginalità il principale impedimento allo sviluppo e alla crescita

Il mercato vive una fase di ristrutturazione permanente, con riduzione d’investimenti e personale. Si spende meno per sostenere i marchi e si licenziano lavoratori, anche capaci e motivati, che hanno la grave colpa di percepire uno stipendio dignitoso. La qualità si manda a casa e, per sostituire solo parzialmente la quantità, si attinge a nuove risorse al primo impiego, che sono per definizione fresche e a buon mercato, ma inesperte. E a causa della riduzione del budget di training e del tempo disponibile dei capi intermedi, oberati dall’operatività, non si può garantire loro la formazione pratica necessaria a trasformarne le potenzialità in risultati concreti.
Tale attività permette sostanziosi risparmi che, spesso, non sono destinati a sanare perdite o ad assumere nuove leve, nel cui caso sarebbe attività lecita e, anzi, dovuta, ma a spingere i margini al di sopra di quanto la specificità di quel mercato dovrebbe, per caratteristiche intrinseche e valore aggiunto al consumo, consentire. Si conseguono quindi obiettivi di profittabilità a breve, compromettendo però le prospettive di crescita sostenibile nel medio-lungo. Le risorse umane, decantate come opportunità nelle politiche del Personale, sono ormai un peso per alcuni super-manager che vedono nel taglio costi l’unico strumento per conseguire gli obiettivi di profitto dell’anno e i relativi bonus, contando per il futuro sulla provvidenza. Marginare in questo modo è facile, banale e assolutamente miope.
Nel 1960 Theodore Levitt scrisse un articolo sulla Harward Business Review che, per molti, ha dato vita al moderno movimento di marketing. Levitt criticava il pensiero dominante, Marketing Myopia, sostenendo che la strategia delle aziende era focalizzata sulla vendita dei prodotti piuttosto che sulla soddisfazione dei bisogni dei consumatori e che questa visione miope, perdendo di vista i desideri dei clienti, precludeva la possibilità di cogliere tutte le opportunità potenziali e non costruiva le basi per i risultati futuri.
Oggi ci troviamo di fronte a una nuova fase che parafrasando Levitt chiamerò Business Myopia 2.0, il cui Il tema portante, ora come allora, è che la vision di molte organizzazioni è troppo ristretta per cogliere tutte le sfumature e che spesso, quando il dito indica la luna, il management miope si concentra sul dito. E’ innegabile che la congiuntura economica stia strangolando il consumatore e che le risorse economiche delle famiglie si siano assottigliate, ma proprio in questa situazione complicata servirebbero coraggio e intraprendenza per investire in risorse capaci di gestire con la necessaria cura tutte le variabili rilevanti, come lo studio del mercato, la strategia d'innovazione, una pianificazione strutturata, una politica commerciale solida e un controllo di gestione efficiente. Il mercato sta sottovalutando il valore di esperienza, capacità tecniche, senso di appartenenza e entusiasmo. Non si assumono i giovani, linfa vitale del cambiamento e dei risultati di domani, e si mandano a casa i professionisti brizzolati in grado oggi di tradurre i numeri in informazioni e di trasformarle in azioni di business. E proprio nel momento ideale per migliorare la propria posizione competitiva a un costo ragionevole e sfruttare poi la quota di mercato guadagnata per ripartire con slancio alla ripresa (quando riconquistare quota sarà molto più costoso).
L’atmosfera che si respira nelle aziende non favorisce inoltre un atteggiamento positivo. I giovani si accontentano di galleggiare e i vecchi si nascondono negli angoli per tentare di sparire. Prima nei corridoi si respirava ambizione. Si lavorava tanto e col sorriso sulle labbra. La fatica e la proattività erano ripagati da avanzamenti professionali e dalla sensazione di far parte di una squadra vincente. Oggi non si osa, si ha paura di prendere l’iniziativa perché chi sbaglia paga, senza prove di appello. Non ci si diverte, non ci si sente in famiglia. Il senso di appartenenza e l’intraprendenza portano a dare di più, a sentire in parte tua l’azienda per cui lavori e a impegnarti, anche correndo il rischio di sbagliare, per farla crescere e prosperare.

Oggi si lavora tutta la settimana nell’attesa di scoprire in bacheca chi il venerdì pomeriggio abbia “deciso di proseguire la propria carriera all’esterno del gruppo” e sembra difficile che ci si possa sentire ingranaggi portanti di questo motore che marcia all’indietro. La mancanza di entusiasmo contribuisce a deprimere sempre di più risultati già in crisi e la miopia del management non riesce a cogliere l’essenzialità del contributo di tutti, un esercito formato da ufficiali motivati che guidano caporali e soldati abulici non potrà mai vincere una guerra. Le aziende sono entità astratte, sono tutte le persone che ne fanno parte a trasformarle in realtà concrete e di successo. Si deve recuperare qualità professionale riportando al lavoro cervelli brillanti che ciondolano di fronte alla televisione, preservare le professionalità esistenti e pescare giovani talenti a cui affidare le chiavi della ripresa.

Chi scrive condivide l’esigenza di semplificare, sfoltire e riqualificare strutture organizzative non più realistiche. Delle risorse che non sono state in grado di adeguare le proprie competenze alle mutate esigenze del mercato si deve far carico lo stato, non le aziende private. E’ tuttavia indispensabile non superare il livello necessario di interventi, va effettuato un severo screening per attribuire il peso corretto e la giusta remunerazione all’esperienza, a patto che chi ne sia portatore sia disponibile a rimettersi in gioco in base alle nuove regole di ingaggio senza rinunciare ai giovani e alla formazione per garantire sia i risultati presenti che i futuri.
Il mondo imprenditoriale sarà in grado di promuovere un turnaround concettuale, superando questa fase di logica a breve termine e sostituendo l’attuale business myopia 2.0 con una strategia coraggiosa e aggressiva, che preservi l’esperienza dei vecchi investendo sulla freschezza dei giovani, per affrontare con successo le sfide della ripresa 3.0 che presto busserà alla nostra porta.

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