C’è un’eccessiva turbolenza per l’industria di marca

I PROTAGONISTI – L'Idm sta attraversando un periodo di difficoltà in cui i margini si assottigliano sempre più. Come evolverà il rapporto con la grande distribuzione? (da MARKUP 220)

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Tempi difficili per Confindustria
che, dopo la rottura
con Fiat, rischia di perdere
anche Centromarca - l'associazione
che rappresenta le industrie
di marca dei beni di largo
consumo - contraltare della
distribuzione moderna. Luigi
Bordoni, presidente di Centromarca,
ha ventilato la possibilità
dell'uscita da Confindustria a
seguito della presa di posizione
sull'aumento dell'Iva e, ancor di
più, sull'articolo 62 che rischia di
essere, di fatto, cancellato.
Confindustria, con le ultime presidenze,
ha assunto progressivamente
nei confronti del governo e
dei sindacati, un profilo politico e
sempre meno coerente con quello
di lobby legittima degli interessi
industriali.

Tante logiche Nell'ambito confederale convivono,
Pim e multinazionali, industrie che vivono di rapporti con lo
Stato (commesse, appalti, licenze)
e non vogliono conflitti con
l'apparato e con i sindacati e industrie
che allo Stato pagano tasse
in cambio di nulla di specifico
e si vedono minacciate dall'aumento
dell'Iva nelle aliquote che
le coinvolgono (ulteriore flessione
dei consumi di prodotti di fascia
alta) e dalla marcia indietro
sull'articolo 62 da parte del Mise.

Il futuro della Idm La posta in gioco è molto alta e
la soluzione dei problemi oggetto
di conflitto potrà incidere pesantemente
sul futuro dell'industria
di marca e della Dm. Per la
distribuzione il cashflow generato
dagli attuali tempi di pagamento
apporta un contributo importante
al conto economico ed è la
principale fonte di finanziamento
dello sviluppo.
La flessione delle vendite e il costo
della moneta elettronica ne
hanno ridimensionato i benefici,
l'applicazione della formula originale
dell'articolo 62, che non
prevede deroghe concordate fra
le due parti, verrebbe a modificare
gli equilibri della gestione, soprattutto
quella delle scorte.
La posizione delle aziende succursaliste
e di quelle del commercio
associato è molto diversa,
le prime controllano tutta la tesoreria e hanno alte rotazioni,
le seconde non gestiscono la tesoreria
degli associati e comunque
questa è frazionata regionalmente.
Anche per le industrie fornitrici
le situazioni sono diverse fra
quelle che hanno rapporti continuativi
con la distribuzione, per
le quali il costo dei ritardi di pagamento
rappresenta un investimento
una tantum diluito nel
tempo, e quelle dei fornitori stagionali
che, tra i costi per l'avvio
delle produzioni e l'incasso delle
vendite, vedono trascorrere anche
8/10 mesi.

Rischi di insolvenza Il calo delle vendite ha spinto la
distribuzione a investire in promozioni
sempre più costose e,
contemporaneamente, in prodotti
a marchio per tonificare il margine
di contribuzione con il risultato
che, dall'inizio della crisi, il
peso delle vendite dei prodotti di
marca è in calo costante mentre
quello delle marche private è in
deciso aumento.
Il vero problema, che sottostà al
conflitto sull'articolo 62 e di cui
per educazione non si parla esplicitamente,
è però quello del rischio
di insoluto per l'industria.
L'industria di marca, per effetto
dei ritardi di pagamento, vede
aumentare la sua esposizione
nei confronti di una distribuzione,
strutturalmente sottocapitalizzata,
con poche garanzie offerte
dal sistema di pagamento in rifatturazione
e con grandi aree di
manifesta difficoltà.
Se la congiuntura permarrà pesante,
nulla lascia intravedere che
possa cambiare tenuto conto del
paventato aumento dell'Iva i tempi
di pagamento per molte industrie
potrebbero diventare un
problema di sopravvivenza, non
di marginalità, aprendo una fase
di declino di quelle dei beni di largo
consumo di marca.

Allegati

220_Industria_di_marca

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