Come eravamo con le gamme di quantità obbligatorie

Beverage Scenari –

Nel comparto beverage, le direttive
75/106/Ce e 80/232/Ce stabilivano
gamme di quantità obbligatorie
non solo per vini e bevande spiritose,
ma anche gamme di quantità
opzionali per acque, succhi di frutta,
oli, birra ecc. Alcuni Stati membri le
hanno rese obbligatorie, limitando
in molti casi la libertà delle imprese
e di fatto la libera circolazione delle
merci. A prescindere dagli aspetti
prettamente commerciali, la standardizzazione
dei pesi e dei volumi
ha consentito al consumatore un
immediato confronto tra i prezzi di
marchi concorrenti. Significato che è
progressivamente venuto meno con
l’adozione di norme ancor più specifiche
a tutela degli interessi di chi fa
la spesa, si pensi per esempio all’obbligo
di esporre il prezzo al chilo o al
litro. Affievolitosi questo importante
significato iniziale, i servizi marketing
di molte aziende hanno visto
nelle gamme un ostacolo alla loro
libera scelta in termini di formati e
di attività promozionali. Per contro
le piccole e medie imprese hanno
continuato a consideralo uno strumento
a loro tutela perché, non
disponendo di grandi risorse da investire
in stampi per il vetro e per l’acquisto
di linee d’imbottigliamento
multiformato, sarebbero state penalizzate
dalla diversificazione e avrebbero
risentito molto di più della concorrenza
dei grandi gruppi su questo
fronte.

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