Corporate Social Responsibility: una comunicazione obbligatoria

Entro il 2016 recepita anche in Italia la Direttiva 2014/95/UE che prevede, per le grandi imprese, l’obbligo di fornire informazioni su ambiente, sfera sociale e personale, rispetto dei diritti umani e lotta alla corruzione.

“Company Stakeholder Responsibility”, “CSR sistemica”, “CSR 2.0”, “Corporate Sustainability and Responsibility”: mentre il mondo accademico s’interroga sulle definizioni e le implicazioni a livello manageriale che la Corporate Social Responsibility (CSR) esercita sull’impresa e sulle relazioni con i suoi stakeholder, l’Unione Europea ha varato una Direttiva – entro fine anno recepita anche in Italia – secondo cui una serie di pratiche di CSR saranno oggetto di comunicazione obbligatoria.

L’utilizzo della CSR come strumento strategico di business è cresciuto negli ultimi trent’anni e si è intensificato dopo la crisi: solo in Italia, dal 2013 al 2014, le imprese coinvolte in iniziative di responsabilità sociale sono aumentate del 7% (Osservatorio Socialis, 2014). Al crescere della complessità dell’ambiente economico, sociale e del business stesso, la responsabilità sociale sta diventando – secondo Edward Freeman, il padre della “teoria degli stakeholder” – un modello di gestione “integrato”, sia a livello di funzione aziendale che di comunicazione strategica.

La posta in gioco è alta: come perseguire – allo stesso tempo – interessi economici, reputazionali, sociali ed ambientali, creando un valore che si auto-genera e crea esternalità positive per gli stakeholder? Cosa e come comunicare in modo efficace? Gli studiosi stanno cercando di ridefinire i modelli stessi di business con l’obiettivo di ottenere un chiaro bilanciamento tra obiettivi e risultati di CSR nelle azioni e nelle comunicazioni, evitando sovra-esposizioni e il diffondersi di messaggi che mettano in dubbio la veridicità delle azioni stesse. La dichiarazione d’intenti e le promesse di sostenibilità ed etica non bastano più: senza un riscontro pratico nelle azioni e nelle performance, la CSR fallisce e rende inefficace – o, addirittura, dannosa – la sua comunicazione.

Per rendere, dunque, più standardizzata ed omogenea possibile la comunicazione di CSR, ad oggi il 73% delle aziende, a livello globale, sembra essersi rifugiato nel “porto sicuro” dei Bilanci Sociali e/o di Sostenibilità, alcuni dei quali redatti in accordo con framework internazionali standard (come il GRI) – un dato che nell’Europa occidentale è pari al 79%, con la positiva controtendenza dell’Italia al di sopra della media globale (KPMG, 2015).

Tale forma di comunicazione dei risultati di CSR si avvia, però, ad un fondamentale cambiamento: da strumento volontario a strumento obbligatorio.

E il cambiamento di rotta viene dal Legislatore: nel 2001, infatti, il Libro Verde della Commissione Europea considerava la CSR come “integrazione volontaria” di pratiche sociali nella gestione d’impresa, mentre già nel 2011 la nuova policy sulla CSR poneva un accento sulla quasi obbligatorietà d’implementazione delle pratiche responsabili, con l’obiettivo di massimizzare l’impatto sociale delle attività dell’impresa rispettando legislazioni ed accordi collettivi. Il 22 ottobre 2014 la Direttiva 2014/95/UE sul tema della non-financial disclosure ne sancisce definitivamente il carattere obbligatorio.

La Direttiva – che si rivolge alle imprese con almeno 500 dipendenti (o capofila di gruppi di analoghe dimensioni) che rientrano tra gli enti d’interesse pubblico – presenta due ambiti d’intervento. Innanzitutto gli obblighi informativi di natura non finanziaria: la nuova normativa impone di integrare la “Relazione sulla gestione” del Bilancio – d’esercizio o consolidato – con una dichiarazione di carattere non finanziario che deve contenere informazioni relative ad ambiente, sfera sociale e personale, rispetto dei diritti umani e lotta contro la corruzione (attiva e passiva). Qualora la società presenti già il Bilancio di Sostenibilità (o simili), tali documenti, oltre a diventare obbligatori, si suppone vengano modificati in base alle informazioni standard richieste dal Legislatore.

Per quanto riguarda, invece, il secondo aspetto – gli obblighi informativi in materia di diversità (differenze di età, sesso, percorso formativo o professionale) – la Direttiva impone di integrare la “Relazione sulla Corporate Governance”, descrivendo la politica in materia di diversità applicata in ordine alla composizione degli organi di amministrazione, gestione e controllo.

La Direttiva dovrebbe essere recepita dal Legislatore italiano entro dicembre 2016 – con effetti immediati sulla redazione dei Bilanci delle Società quotate già a partire dal 2017 – ma questo spostamento dalla voluntary alla mandatory disclosure avrà probabilmente effetti significativi anche sulla configurazione delle azioni di CSR, sulla gestione delle stesse, sui compiti e responsabilità del management rispetto al controllo, alle performance e alla reportistica, con ricadute rilevanti sull’impresa nel suo insieme.

Un cambiamento che lascia presagire una nuova e promettente stagione per la CSR, nelle parole e nei fatti.

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