Di birra in Italia se ne consuma (finalmente) molta

La birra sulla cresta dell’onda. Vendite in crescita e conferma di prodotto capace di soddisfare una domanda in allargamento

Birra sulla cresta dell'onda anche in Italia. Per circa 10 anni, fino al 2014, i consumi nazionali hanno assunto un andamento altalenante, ma a partire dal 2015, quando la quantità di birra consumata ha registrato un aumento del 6,5%, il trend di crescita si è consolidato, raggiungendo il picco nel 2018 con oltre 20 milioni di ettolitri. Anche grazie a questo traino dal lato della domanda, da diversi anni, accanto alle birre industriali, sono nate molte produzioni più di nicchia, ma in forte sviluppo. Si tratta delle birre artigianali e delle birre agricole, che puntano su una caratterizzazione Made in Italy.

 

 

Negli ultimi dieci anni, i birrifici artigianali sono aumentati del 318%, passando da 206 birrifici nel 2008 ai 862 del 2018. I protagonisti di questa crescita sono prevalentemente i giovani sotto i 35 anni che hanno colto le opportunità di mercato dando vita a nuove attività imprenditoriali.

Una situazione in grande fermento che sta interessando anche la birra agricola che, in quanto tale, deve derivare dalla trasformazione di almeno il 51% di materia prima prodotta direttamente da un'azienda agricola. Si tratta di un tipo di prodotto che gode di vantaggi concreti, a cominciare dal lato fiscale: i birrifici agricoli possono godere di regimi agevolati Iva al 10%. Ma per rispettare il requisito "agricolo" è fondamentale gestire con attenzione il mix quantitativo tra le materie prime ottenute in azienda e quelle acquistate esternamente.

Il problema dell'approvvigionamento

Peraltro, quello dell'approvvigionamento delle materie prime è un problema comune alle birre agricole e al prodotto artigianale. Se da un lato producendo birra con malto e luppolo di origine italiana, il birrificio si dota della possibilità di sfruttare, a livello di marketing, la definizione "Made in Italy", dall'altro lato – come ha evidenziato anche uno studio di Vsafe, spin-off dell'Università Cattolica – la filiera brassicola italiana risulta carente di materie prime nazionali. Tanto che da sempre, sia i grandi che i piccoli birrifici si vedono costretti a importare da altri paesi europei gran parte delle materie prime necessarie alla birrificazione.

 

 

Il malto

Innanzitutto il malto. Per dirla sinteticamente, la produzione nazionale di malto oggi copre circa il 40% del fabbisogno dei produttori di birra complessivamente intesi. Il resto del malto viene dall'estero. “Il problema dell'approvvigionamento di malto sussiste -spiega Elena Berloni, ad di Vsafe- tuttavia negli ultimissimi anni si sono avviate dinamiche interessanti, con birrifici artigianali che, nel pieno solco del rispetto dei metodi produttivi tradizionali, si stanno rivolgendo verso birre 100% made in Italy con luppolo e malto prodotti localmente, anche da cereali diversi dall'orzo, quali ad esempio i grani antichi”. Peraltro, nello studio dello spin-off dell'Università Cattolica si evidenzia come, per i vincoli imposti dalla normativa per la produzione di birra agricola ma anche per le difficoltà dell'operazione stessa di maltazione, le aziende agricole tendano a esternalizzare questa fase, ricevendo garanzia che il malto sia prodotto esclusivamente con il proprio orzo. D'altro canto, a causa del limitato fabbisogno di malto dei piccoli birrifici, risulta spesso eccessivamente oneroso per le poche malterie medio-grandi presenti in Italia garantire l'integrità di partita. L'alternativa è produrlo in proprio acquistando dei piccoli impianti o rivolgersi a malterie estere che sono maggiormente in grado di fornire tutte le garanzie richieste.

Il luppolo

La situazione è ancora più difficile se consideriamo il luppolo, il cui fabbisogno viene a oggi soddisfatto quasi totalmente dalle importazioni. Anche i birrifici che hanno avviato la coltivazione di luppolo per la caratterizzazione della propria birra non riescono a coprire tutto il loro fabbisogno ma dipendono da prodotto estero. Inoltre, per via di un approccio ancora amatoriale alla coltivazione del luppolo in Italia, una parte di quello raccolto non risulta qualitativamente idoneo alla produzione di birra. Ma anche in questo ambito qualcosa sta cambiando, come ci riferisce ancora Elena Berloni: “Da alcuni segnali si percepisce che la produzione nazionale di luppolo sta aumentando e che, soprattutto, si stanno compiendo passi avanti dal punto di vista della qualità brassicola anche grazie alle iniziative messe in campo dalle associazioni di settore insieme al Mipaaf a sostegno di una crescita della filiera del luppolo”.

Il trade si conferma come canale in forte crescita, capace di dare risposta alla richiesta del consumatore italiano, di prodotti che intercettano questa onda espansiva. Tutti gli operatori della filiera interpellati concordano sull’analisi: già da qualche stagione la bevanda con la schiuma sta vivendo un cambiamento strutturale nelle modalità di consumo e nell’approccio di produttori e bevitori. Gli sforzi per la destagionalizzazione, per l’allargamento del target, per l’abbandono dei vecchi stereotipi e per l’approdo a una nuova epoca fatta di un’incredibile vitalità innovativa hanno radicalmente modificato il concetto stesso di birra e hanno posto le basi per questa crescita.

“La birra -spiega Barbara Garioni, off premise sales director Heineken Italia- è una delle poche categorie in contro tendenza rispetto alla stagnazione del Pil. Tra i macro trend che hanno permesso questo sviluppo, mi piace evidenziare la ricerca da parte dei consumatori, soprattutto giovani, di prodotti che esprimono naturalità e benessere. La birra, oltre alle analcoliche, offre già un moderato apporto calorico e contenuto alcolico. È una bevanda fatta con ingredienti naturali ed è entrata sempre più nella tradizione gastronomica italiana, offrendo una varietà di gusti che è espressione delle numerose tipologie birrarie rappresentate a scaffale e di formati ad hoc per ogni occasione di consumo. Possiamo affermare che l’Italia sia oggi (anche) un paese birrario dal punto vista sociale ed economico”.

“La crescita delle SuperPremium e del segmento Speciali -chiarisce Luca De Zen, ad di Swinkels Family Brewers Italia- negli anni deriva dal sempre maggior interesse da parte dei consumatori italiani per una beer experience a tutto tondo: un’esperienza sempre più ricca, eclettica e articolata grazie anche alla diversificazione operata da piccoli e grandi produttori e alla valorizzazione delle materie prime e delle origini locali. Il segmento Premium ha visto crescere il numero medio di referenze grazie all'ingresso di nuovi player, arrivando ad avere circa 40 referenze in media per store (circa un terzo dell'offerta complessiva)”.

Sulla stessa lunghezza d’onda Mauro Marelli, national sales director di Carlsberg Italia: “L’ampiezza di gamma offerta negli ultimi anni dalla gdo combinata alla domanda di maggiore diversità e voglia di sperimentazione dei consumatori, ha portato un impatto molto positivo sulle vendite. Negli ultimi anni la birra ha assunto l’immagine di una bevanda capace di soddisfare diverse tipologie di consumatori senza limiti di fasce d’età, zone geografiche e occasioni di consumo. In considerazione di questo scenario, l’offerta birraria è in continuo fermento, come dimostrato dall’ibridazione in atto nel mondo degli stili birrai che vede ogni anno nuove birre affacciarsi”.

“A scaffale ci sono sempre più birre -spiegano da Birra Morena- noi cerchiamo di diversificarci con appositi espositori e attraverso promozioni, degustazioni, informazione sul corretto abbinamento con i cibi ed anche con periodiche attività dove l’ hostess informa il consumatore sulla qualità delle nostre birre facendole anche degustare, promuovendone il corretto abbinamento anche attraverso l’illustrazione di menù dedicati, o ricette a base di birra”.

Uno dei fenomeni alla base di questa crescita della birra nel nostro paese è l’affermazione delle etichette artigianali. “La nascita di tanti birrifici artigianali -prosegue De Zen- ha influito molto sul modo in cui gli Italiani, soprattutto le generazioni più giovani, hanno iniziato a intendere la birra: non si tratta più solo di un thirst quencher, ma di un prodotto speciale, parte di una cultura e tradizione ricca e articolata, al pari del vino. Vediamo quindi positivamente il successo delle artigianali: se da un lato hanno infatti avvicinato molti nuovi consumatori al nostro mercato, dall’altro hanno incrementato il desiderio di conoscenza e l’interesse per la sperimentazione nei consumatori abituali”.

“Il diffondersi della cultura della birra in Italia -dichiara Garioni- è un’opportunità per tutto il settore, perché consente di avvicinare il consumatore al mondo della birra in generale e in particolare a far crescere il segmento delle birre speciali e delle innovazioni. Prendiamo ad esempio le Ipa: sappiamo che generalmente hanno un gusto segmentante, ma crediamo che se si riesce ad avvicinare il consumatore a un gusto nuovo presentato da un brand conosciuto, si possa riuscire a generare apertura e curiosità verso il mondo della birra in generale”.

“Negli ultimi cinque anni il settore della birra artigianale ha registrato un vero e proprio boom -spiega Marelli- questo ha portato, da un lato, le grandi aziende a rinnovare la propria offerta e, dall’altro, ha contribuito ad alimentare nei consumatori la curiosità e la voglia di sperimentare trasformando radicalmente la modalità di consumo della birra. Al loro interno, le Ipa si confermano un segmento di grande tendenza, così come le non filtrate e le birre d’abbazia”.

Un progetto di filiera per un birrificio artigianale, che è andato ad aggiungersi all'oleificio da 50mila metri quadrati e ai tre frantoi, al molino per la farina e alla cantina per il vino, mettendo ulteriormente a frutto le nove aziende agrarie e i terreni: 2.194 ettari complessivi al 2018, di cui 244 ettari di vigneti, 450 ettari di uliveti e 150 ettari dedicati alla conservazione della biodiversità. Il Gruppo Farchioni ha intrapreso così la produzione di birre non filtrate e non pastorizzate, per un 97% ottenute da materie prime coltivate internamente. Un catalogo di 12 birre, tra cui tre tipologie 100% malti e luppoli italiani, una birra biologica e due birre “Metodo Benedettino”, la Evoca e la Vinea, rispettivamente con mosti di uve Sagrantino passite e di uve Moscato. Mastri Birrai Umbri è arrivata quindi oggi ad essere la prima azienda nelle Top Ten Vendors in gdo di birre artigianali, con una quota di mercato del 36%, con ampio margine sul primo inseguitore. Vanta una copertura in gdo pari al 40% della propria produzione annuale di 25mila ettolitri, su una capacità nominale che può portarla agli 80mila ettolitri l'anno.

L’abbinamento cibo/birra può influenzare il percorso di acquisto? Secondo Anna Rita Di Bari, responsabile vendite gdo di Birrificio Del Ducato, i consumatori potranno sperimentare nuove modalità di consumo e si avvicinarsi agli stili anche sperimentando questa strada. “La birra non è più vista come una semplice bevanda, ma assume in modo più deciso una propria identità, plasmabile e da amalgamare con la situazione o il cibo. Secondo i dati rilevati, ben il 48,3% dei consumatori beve birra per accostarla ai cibi cui si abbina alla perfezione”.

Birrificio Angelo Poretti (Gruppo Carlsberg) ha lanciato la birra 4 Luppoli Lager con 4° Luppolo coltivato in Italia. Un progetto che nasce dalla collaborazione con Italian Hops Company, azienda italiana impegnata nella coltivazione e commercializzazione di luppolo. “Siamo molto orgogliosi di aver avviato questa collaborazione con Italian Hops Company per la fornitura di una varietà di luppolo coltivato in Italia -afferma Serena Savoca, marketing manager di Carlsberg Italia-. La nostra nuova birra, infatti, ci permette di valorizzare la filiera e supportare una realtà produttiva italiana di eccellenza come IHC, guardando al futuro del Made in Italy birrario. È un progetto che sentiamo particolarmente nostro perché noi siamo I maestri del luppolo e la conoscenza e la valorizzazione di questa straordinaria materia prima, che fa parte del nostro DNA come del nostro nome, ha contribuito al successo dei nostri prodotti. Siamo convinti che in futuro il ruolo dell’Italia nel mondo della birra possa essere sempre più rilevante”. Per realizzare la nuova ricetta è stata scelta la varietà di luppolo Cascade (di origine americana) che ha la peculiarità di conferire alla nuova birra una connotazione ancora più floreale. Varietà coltivata appunto da Italian Hops Company nella campagna modenese.

Forst lancia la prima analcolica

La prima birra 0,0% di alcol in Alto Adige porta la firma di Forst: venduta in bottiglie di vetro da 33 cl per ora sul canale horeca, questo nuovo lancio si inserisce nel trend di crescita delle vendite di birre alcol free che sta caratterizzando il mercato in questo frangente.

La tradizione Veltins per l'Italia

Veltins è storicamente legata alla produzione secondo metodo Pilsener. L'azienda tedesca serve l'Italia da poco meno di trent'anni, fin da quando ha avviato le vendite internazionali, entrando fra i primi mercati selezionati e privilegiando il canale horeca. Attualmente accanto alla rete distributiva per i ristoratori, Veltins si serve anche di un'agenzia di commercio che segue le attività della gdo. Nel portfolio ha inserito negli ultimi anni anche

Warsteiner due nuove d’abbazia

Due nuove birre d’abbazia a marchio Pater Linus: Warsteiner spinge sul pedale dell’innovazione coerente con la tradizione belga della birra, presentando due ricette, una Blanche e una Triple. Birreria Warsteiner, situata nel nord della Germania nella regione della Sauerland (ad est di Colonia), è una delle più grandi birrerie private in Germania. Fondata nel 1753, l'impresa ha mantenuto il suo carattere familiare. Oggi il gruppo comprende più di 120 aziende ed è presente in oltre 60 paesi.

La birra si fa cocktail

Fabbri 1905 lancia lo Sbritz, aperitivo in versione birra. La bevanda diventa protagonista di un’ampia gamma di cocktail leggeri e facili da bere, ma capaci di stupire con accostamenti inediti e ricercati. Fra questi Fabbri è andata a recuperare la tradizione della butterbeer riportata in auge dalla saga di Harry Potter, e legata alla tradizione medievale di abbinare la panna del burro alla birra.

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