Diversity & inclusion: fra etica e business

Gli opinionisti di Mark Up: Sandro Castaldo, Università Bocconi (da Mark Up n. 269)

Età, disabilità, etnia, genere, orientamento affettivo, religione e situazione reddituale rappresentano forme di ‘diversità’ e di discriminazione non trascurabili.
Le fasce di età estreme pesano più del 50% della popolazione italiana: 16,3% under 18 e 41,7% over 50. Circa il 15% della popolazione mondiale convive con forme di disabilità: in Italia vi sono circa 4,4 mln di persone disabili. La popolazione straniera residente in Italia a fine 2016 era l’8,3%: oltre 5 mln di persone che si scontrano ogni giorno con un mainstream che li etichetta come “diversi”. Il 51,4% della popolazione italiana è di genere femminile, ma nelle grandi imprese italiane solo il 23,1% nel middle management è donna; valore che scende al 12,2% se si guarda al top management. Il 12% della popolazione mondiale si identifica come LGTBQ: in Italia si stima un universo LGBT di circa 4 mln di persone, una spesa annua complessiva di circa 100 mld di euro. In Italia solo il 60,1% della popolazione è di religione cattolica; un 39,9% professa altre religioni o si dichiara atea/o.
Il 6,1% delle famiglie italiane vive in condizioni di povertà assoluta (4,6 mln di persone): il 10,4% è in una situazione di povertà relativa. Rispondere ai bisogni di questi segmenti non è solo un dovere etico, ma un’incredibile opportunità di business da cogliere, anche perché i clienti -secondo una ricerca di Focus Management e Diversity- sostengono di preferire brand e insegne sensibili all’Inclusione nell’80% dei casi. Questi clienti dichiarano esplicitamente di farsi promotori di tali imprese, sviluppando i loro livelli di Net Promoter Score del brand e la crescita del business. Il futuro prossimo è questo.

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