È tempo di Olio d’oliva Made in Marche

Le Marche contano più di 13mila olivicoltori e 175 frantoi che hanno aperto i battenti in un clima di discreto ottimismo

Anche le Marche nella competizione dell'olio extravergine premium. Ascolana Tenera, Carboncella, Coroncina, Mignola, Orbetana, Piantone di Falerone, Piantone di Mogliano, Raggiola, Rosciola dei Colli Esini, Sargano di Fermo, oltre a Frantoio e Leccino per un minimo dell’85%, sono queste, in base all’attuale disciplinare di produzione, le varietà di olive che concorrono all’Indicazione Geografica Protetta “Marche”, da sole o congiuntamente. E oggi a sostenerlo, tramite azioni di valorizzazione ma anche di vigilanza per la salvaguardia della denominazione, ecco il Consorzio Olio Marche igp, con un neoeletto consiglio di amministrazione, rappresentato da olivicoltori (66%), molitori (17%) e imbottigliatori (17%).

 

 

Per il Presidente del neonato Consorzio Olio Marche IGP, Gaetano Agostini, titolare dell’omonimo oleificio, si tratta ora di “Promuovere più efficacemente la cultura e il consumo dell’olio marchigiano con iniziative e programmi di sviluppo da mettere a punto con enti e associazioni nonché con la Regione Marche”. Parole che trovano supporto nelle considerazioni di Francesca Petrini, membro in Cda e titolare dell’azienda olearia Fattoria Petrini, che parla di un “ulteriore passo in avanti nel lungo percorso che ha portato l’olio marchigiano ad avere la sua denominazione di origine. Lo ha fatto il Consorzio Marche  Extravergine che si è trasformato in vero e proprio consorzio di tutela, il  Consorzio Olio Marche Igp”. A lei, anche in veste di portavoce nazionale Cna Agroalimentare, abbiamo posto alcuni quesiti sulla situazione attuale, ovviamente regionale ma non solo.

 

 

Nella foto da sinistra: Francesca Petrini, Lorenzo Mosci, Gaetano Agostini, Maria Beatrice Fenucci, Fausto Malvolti e Danilo Catucci

Quali sono le finalità con cui nasce il Consorzio Olio Marche igp?

Tra i principali obiettivi del neonato Consorzio, frutto della trasformazione del precedente Consorzio Marche Extravergine, vi è il compito di valorizzazione dell’olio Made in Marche attraverso attività di animazione sul territorio per migliore la conoscenza dell’olio marchigiano facendolo apprezzare dal più ampio pubblico possibile, ad esempio attraverso un'attività di educazione alimentare nelle scuole e nell’HoReCa. Il Consorzio ha anche il compito della vigilanza per la salvaguardia dell’uso corretto della denominazione di origine in collaborazione con l’Ispettorato Centrale della Tutela della Qualità e Repressione Frodi dei Prodotti Agroalimentari. Maggiore tutela dunque per la protezione dell’olio Marche Igp dai rischi di plagio e concorrenza sleale. Spero quindi che presto si potrà concludere l’iter amministrativo per il riconoscimento del Consorzio, da parte del Ministero delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali.

Qual è il tessuto regionale nel settore?

Le Marche contano più di 13mila olivicoltori e 175 frantoi che hanno già aperto i battenti in un clima di discreto ottimismo per l’alta qualità che contraddistinguerà questa annata produttiva. Una produzione olearia per il 2020 stimata in 35 mila quintali di olio extravergine, con un incremento del 30% rispetto alla campagna dell’anno precedente, quando ci si era fermati a 24mila quintali. Un comparto, quello dell’olio marchigiano, di grande pregio, fortemente apprezzato anche all’estero, con un export annuo superiore ai 2 milioni di euro, soprattutto negli Usa, Giappone e Germania. La sua reputazione è antichissima e si è mantenuta fino ai giorni nostri, addirittura da trovarne menzione nel periodo delle Signorie. Nel 1228 le navi marchigiane che approdavano sulla riva del Po a Ferrara dovevano pagare un pedaggio, “il ripatico”, consistente in 25 libbre di olio al quale veniva conferito un valore superiore a quello di altre aree produttive.

Secondo le prime stime Ismea rese note in settembre per la campagna 2020/2021, lo scenario produttivo in corso sembra abbastanza delineato, con una produzione di olio di circa 290 mila tonnellate, e quindi una flessione che al momento si stima per oltre il 20% rispetto alle 366mila tonnellate della campagna precedente, con un importante calo della raccolta al Sud, non debitamente compensata dalla maggior produzione del Centro-Nord, data anche la differenza di peso delle due aree. Risultati di certo dovuti ad un'alternanza fisiologica, nonché a problemi legato alle condizioni climatiche, tra abbondanti piogge estive al nord e invece siccità dal fronte opposto al sud, passando per la minaccia degli sbalzi termici. Nel complesso, comunque le olive non hanno subito forti infestazioni da parte della mosca e ci si aspetta quindi un olio di alta qualità. Rispetto all’annata olearia, sulla base delle dichiarazioni dei frantoi di metà marzo, la produzione nazionale di olio di oliva del 2019 si assestava attorno alle 365 mila tonnellate, ossia più del doppio della scarsissima annata 2018. Una buona annata, ma lontana dall'essere considerata abbondante. Solo osservando le campagne più recenti, nel 2015 e nel 2017, la produzione ha superato le 400 mila tonnellate.

Come ha reagito e sta reagendo il comparto alle attuali contingenze?

Durante i primi mesi di clausura, ossia a marzo e aprile 2020, secondo fonti Crea, risultano aumentati i consumi di olio extra vergine del 21,3% a causa delle misure restrittive che imponevano una limitazione della vita fuori casa. Si dedurrebbe dunque anche un aumento parimenti delle vendite di olio Evo italiano, che tuttavia non ha registrato variazioni significative nelle giacenze almeno fino a dopo l’estate. Il dato positivo delle vendite ha riguardato infatti non tanto l’olio italiano quanto piuttosto olio straniero in carico alla Gdo, venduto a prezzi competitivi quanto imbarazzanti, visto anche il calo produttivo della campagna italiana 2019. Un altro tassello dolente per il settore è dato dall’HoReCa, che sempre a causa delle misure restrittive, ha ridotto drasticamente i consumi di olio e quindi anche di quello italiano. La ripresa estiva non ha purtroppo colmato le carenze dei mesi precedenti, anche se lo stock di olio italiano ha cominciato a scendere di livello. Sempre stando a valutazioni rese note da Ismea, in fine ottobre, con le misure restrittive adottate dal Governo per l'emergenza Coronavirus infatti, la ristorazione l'alimentare ha perso attorno ai 41 miliardi di euro, con un arretramento della spesa per consumi alimentari fuori casa che scende del 48%. Parallelamente, come accaduto nei mesi passati si prevede una nuova accelerazione degli acquisti presso la distribuzione, moderna e tradizionale che, sempre, potrebbe portare a un incremento della spesa domestica per il 2020 pari ad un 7%, per un valore di circa 11,5 miliardi di euro in più. Con un bilancio della spesa finale complessiva per prodotti agroalimentari che sarà quindi di quasi 30 miliardi di euro in meno (-12%).



Quali sono le prospettive e le strategie per il 2021 alle porte?

Fatta eccezione per la questione presa di petto dalla ministra Bellanova relativa alla Xylella, che sta decimando gli oliveti del Salento, per il resto occorre dare esecuzione alle misure previste dal Piano Olivicolo Nazionale. È urgentissimo mettere mano alla struttura produttiva del Paese, implementandola con nuovi impianti di uliveti nelle zone a maggiore vocazione olearia tornando a produrre dalle 500mila alle 600mila tonnellate di olio.

Resta da superare l’eccessiva frammentazione degli uliveti per cui solo il 12% delle aziende si colloca nella classe dimensionale con piante da 250 a 500. Appena l’1,3% ha in dotazione un numero di piante superiore a mille. Inoltre le aziende professionali costituiscono solo il 4,3% del totale. Occorre parlare di promozione dell’uso dell’olio extravergine italiano di qualità, anche attraverso apposite campagne pubblicitarie nazionali, in Italia e anche all’estero.

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