Economia di guerra: gli impatti sui food market internazionali

Il principale effetto sulla sicurezza alimentare è legato ai costi di grano e dell'energia. Secondo Coldiretti, in Italia è in corso un rincaro dei prezzi alimentari del +8,6%

Tra i molteplici effetti nefasti della guerra in corso, emerge dirompente quello dell’autosufficienza, con un taglio che, dal comparto sanitario, ricomprende quello del food, allargandolo (nel caso di quanto sta succedendo oggi con la Russia) a quello dell’energia. Di fatto, l’impennata dei prezzi di elettricità, materie prime e carburanti sta portando le aziende a considerare sospensioni di qualche mese, perché produrre non è neanche più solo antieconomico, ma sta diventando sinonimo di pesante perdita. Il tutto senza menzionare che la logistica sta per andare in corto circuito e che, su un altro piano, i professionisti (partita iva e non) resteranno stretti nella tagliola di far quadrare i conti. Focalizzandosi, in questa sede, sul comparto food, ed in particolare alla “wheat crisis” (la crisi del grano) in atto, è utile capire quanto il conflitto russo in Ucraina, e la conseguente economia di guerra che ne deriva, impatterà le filiere del grano a livello internazionale ed italiano.

La questione del grano nel mondo...

Oggi, sulla base dei dati riportati dall’ISPI, la Russia e l'Ucraina rappresentano insieme il 29% dell’intero commercio mondiale di grano, il 19% del mais per l’alimentazione animale e l’80% delle forniture di olio di girasole. In particolare, l’Ucraina era definita "il granaio d'Europa" ("the breadbasket of Europe") in quanto quarto esportatore mondiale di cereali, e c’è chi dice che gli stessi colori della bandiera ucraina (blu e giallo), abbiano nella loro simbologia un richiamo al cielo blu (simboleggiante la pace) e ai campi di grano (simboleggianti la prosperità). Per capire quanto Russia e Ucraina siano determinanti per quel che riguarda la produzione di grano a livello mondiale, si potrebbe aggiungere che delle quasi 1,4 milioni di tonnellate di grano che il World Food Programme (WFP) delle Nazioni Unite ha acquistato da distribuire ai paesi più poveri (come, ad esempio, Afghanistan, Etiopia, Siria e Yemen), il 70% era di produzione ucraina e russa. Nello specifico, in un report pubblicato dallo stesso WFP l’11 marzo 2022, si dettaglia come l'aumento del prezzo del grano e la mancanza di legumi dall’Ucraina dovrebbero far aumentare il costo dell'approvvigionamento alimentare del WFP di circa 23 milioni di dollari al mese. In aggiunta a ciò, le interruzioni delle esportazioni nel Mar Nero hanno immediate implicazioni per i paesi della cosiddetta “MENA Region” (Middle East and North Africa, è un acronimo di "Medio Oriente e Nord Africa") come, ad esempio, l'Egitto, che in quanto primo importatore al mondo di grano è fortemente dipendente dalle importazioni di grano dalla Russia e dall'Ucraina. L’Egitto è comunque in buona compagnia, sia di altri Stati del mondo arabo (Libano, Marocco, Tunisia), ma non solo.

© "Food security implications of the Ukraine conflict", World Food Programme (UN) - 11 marzo 2022

Secondo quanto mette in luce anche l’Economist, le scorte globali sono del 31% sotto la media degli ultimi cinque anni, in seguito a diversi raccolti scarsi, acquisti frenetici durante la pandemia e i relativi problemi di approvvigionamento innescati come effetti collaterali socio-economici del virus. Ora, il conflitto in corso sta condizionando ulteriormente i prezzi del grano, che erano già, a metà febbraio 2022, di un 49% sopra la loro media del 2017-21, aumentando di un altro 30% da quando l'invasione dell'Ucraina è iniziata il 24 febbraio 2022.

...e nell'Unione Europea

Riducendo il campo d’indagine all’Unione europea, e contando che gli effetti a caldo di tutto quello che sta succedendo potrebbero causare imprecisioni nel delineare il quadro generale, per quel che riguarda il grano, l’UE è legata a Russia e Ucraina per un totale del 4% (Russia 4% e Ucraina 4%) per ognuno dei due paesi per import e export.

© Eurostat (2020)
https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Extra-EU_trade_in_agricultural_goods

È chiaro che l’interdipendenza che caratterizza il mondo non rende, comunque, immune nessuno da effetti negativi, per cui il fattore tempo è determinante per mettere in campo possibili strategie contro le onde d’urto. Passando ulteriormente dal macro al micro, infatti, in Italia secondo Coldiretti i prezzi di produzione dell’industria alimentare sul mercato interno stanno subendo un rincaro dell’8,6% per via dell’aumento dei costi energetici e del balzo delle quotazioni delle materie prime provenienti dall’estero, come nel caso del grano.

Gli agricoltori” – precisa la Coldiretti – “sono costretti ad affrontare rincari insostenibili dei prezzi per il carburante necessario per le attività dei trattori che comprendono l’estirpatura, la rullatura, la semina, la concimazione l’irrigazione che insieme ai rincari di concimi e mangimi spinge quasi un imprenditore su tre (30%) a ridurre la produzione, mentre il prezzo medio del gasolio per la pesca è praticamente raddoppiato (+90%) rispetto allo scorso anno”.[…]  “Su tutto” – conclude la Coldiretti – “pesa il deficit logistico nazionale con l’85% delle merci che viaggia su strada che deve affrontare i pesanti rincari di gasolio e benzina e gli effetti degli scioperi degli autotrasportati”.

L’agricoltura in Italia soffre un deficit strutturale e una politica poco reattiva che - va ribadito - pandemia, cambiamenti climatici (nell’inverno 2022 ha piovuto pochissimo, ad esempio!), speculazioni internazionali (come quelle sui prezzi dell’energia) e guerra stanno mettendo pesantemente alla prova. Lo spettro di interruzioni nelle catene di approvvigionamento, visto il contesto, è dietro l’angolo anche nell’UE e in Italia, in mancanza di azioni corali e concrete. Alcuni paesi stanno lavorando per bloccare nel breve periodo le esportazioni, in una sorta di protezionismo alimentare anche all’interno dell’UE (Ungheria e Bulgaria ad esempio), ma queste azioni sono controproducenti nell’ottica di un coordinamento unitario della PAC (Politica Agricola Comune dell’UE). La corsa al “sovranismo alimentare”, quindi, va ridimensionata con azioni puntuali e di larghe vedute di “sovranità alimentare”, contando anche il disagio alimentare che sta investendo pure paesi terzi all’UE come quelli dell’area del Mediterraneo, che senza interventi ad hoc non rimarranno senza conseguenze. La complessità è elevata, e il tempo di reazione molto poco.

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