L’export appesantisce le performance del lattiero-caseario

Andamenti fuori norma quelli evidenziati dal rapporto Ismea sul comparto lattiero-caseario, che subisce l'anomalo andamento del canale horeca

Tra la fine dell’estate e questi mesi autunnali, il mercato lattiero-caseario italiano è risultato appesantito dal forte rallentamento delle esportazioni di formaggi e latticini. Una situazione determinata dalle difficoltà logistiche nella movimentazione delle merci e dal protrarsi di restrizioni e chiusure nella ristorazione estera, che rappresenta uno dei canali principali per i prodotti caseari Made in Italy.

 

 

Questo quanto emerge dal Report Ismea sul settore, nel quale si sottolinea come le vendite all’estero dei formaggi e latticini italiani nei primi sette mesi del 2020 hanno segnato un modesto incremento pari allo 0,6% in valore e un aumento del 3,1% in volume. Si tratta di dati, questi, nettamente meno soddisfacenti rispetto alla performance dello scorso anno, quando sia vendite che volumi risultavano in forte crescita (+11,2% e +6,3% rispettivamente), sintomo di un andamento negativo dei prezzi dell’export.

Sono principalmente i mercati extra-continentali a far registrare una secca perdita dei volumi trattati a causa delle problematiche sanitarie e logistiche dovute all’emergenza Covid-19 (-21% negli Stati Uniti e -10,1% in Giappone). E questo dato - che emerge dal Rapporto Ismea sui prodotti lattiero-caseari - va a inficiare l’andamento dell’export dei formaggi italiani nonostante la tenuta dei volumi in tutti i principali acquirenti europei, incluso il Regno Unito con +5,3%.

Così come si conferma la situazione delle due principali Dop del nostro paese, Grana Padano e Parmigiano Reggiano, che mostrano un andamento positivo registrato dalle esportazioni in volume (+2% rispetto ai primi sette mesi del 2019) ma al quale si è accompagnata una flessione degli introiti (-4%). La dinamica è differente per i formaggi freschi che, grazie a una sostanziale tenuta dei prezzi, hanno fatto registrare un +7,4% in valore e un + 7,7% in volume.

Diversa la fotografia per il mercato interno. Il latte in cisterna è stato oggetto di un forte calo delle importazioni, per via di una ricca disponibilità di materia prima nazionale e della minore richiesta da parte dell’industria di trasformazione. Sempre il documento di Ismea indica che, a eccezione della Francia, la contrazione dei flussi in entrata ha riguardato soprattutto la Germania (-30% in volume rispetto ai primi sette mesi del 2019), ma anche i paesi dell’Est Europa (Ungheria -30%).

E sono in marcato calo anche le importazioni di formaggi (-10% in volume e in valore), in considerazione di una domanda interna ancora fortemente compromessa dalla difficile e scarsa ripresa del canale Horeca. Tale dinamica ha riguardato tutte le principali categorie di prodotto, in particolare i freschi (-10,6% in volume e -13,1% in valore) che rappresentano oltre un terzo dei formaggi di importazione, e i semiduri (-8,2% in volume e -5,0% in valore). In controtendenza solo le importazioni di latte confezionato (+6,2% in volume) -prevalentemente uht- e di yogurt (+1,8% in volume).

Rispetto allo scorso anno, nel 2020 anche le vendite di lattiero caseari sono risultate in netto rialzo (+8,6% nel periodo gennaio-agosto). Questo in conseguenza di quanto si è verificato per l’intero comparto alimentare, sempre a causa della pandemia. La dinamica positiva ha interessato tutte le referenze, a eccezione del latte fresco che ha trovato poco spazio nel carrello degli italiani anche durante l’emergenza Covid.

Grazie alla shelf life elevata e alla possibilità di creare piccoli stock nella dispensa, il latte uht è stato, invece, caratterizzato da una straordinaria crescita della domanda facendo registrare un incremento complessivo della spesa di oltre l’11% nei primi otto mesi dell’anno. A favorire questa tendenza -sottolinea il report Ismea- soprattutto nella fase di lockdown, è stata probabilmente anche la riacquistata abitudine di fare colazione tra le mura domestiche e la maggiore disponibilità alla preparazione di dolci casalinghi. Tali abitudini, rinsaldate anche da un crescente ricorso all’homeworking e, in generale, al maggior tempo trascorso in casa, sono state alla base per esempio dell’incremento dei consumi di burro (+19%) e yogurt (+4,5%).

In termini di spesa sul totale latte e derivati, i formaggi hanno continuato a rappresentare la quota predominante, soprattutto i freschi e i duri che hanno evidenziato trend molto positivi della spesa nei primi otto mesi di quest’anno. La crescita dei quantitativi acquistati è risultata meno che proporzionale, segnale di un lieve incremento dei prezzi medi al consumo (+1,4% per i formaggi in totale) dovuto non tanto a un rialzo dei listini, ma piuttosto a un minore ricorso alla leva promozionale.

Il buon andamento delle vendite presso il retail e la riapertura, seppure a ritmi ridotti, del canale Horeca ha consentito nel terzo trimestre 2020 un recupero degli ordinativi a favore delle imprese lattiero-casearie, il che ha favorito lo smaltimento delle scorte accumulate durante il lockdown. Alla riduzione degli stock hanno contribuito anche agli interventi governativi di distribuzione di prodotti non deperibili agli indigenti.

Inoltre, la conferma dell’avvio delle attività scolastiche e la riapertura delle mense (anche aziendali) aveva diffuso un certo entusiasmo tra gli operatori rispetto alle previsioni per la fine dell’anno, come evidenziato dall’Indice Ismea del Clima di Fiducia passato dal -25,1 del secondo trimestre al -9,5% del terzo trimestre (dato provvisorio).

Però, l’arrivo della seconda ondata di Covid-19 con la conseguenza di nuove restrizioni introdotte a livello nazionale al fine di limitare la diffusione dei contagi potrebbero appesantire lo scenario già molto critico del food service, a cui molto verosimilmente andranno ad aggiungersi le scelte in chiave convenience da parte delle famiglie in crescente difficoltà economica.

PREZZO ALLA STALLA

L’andamento negativo dei prezzi dei formaggi grana innescata dall’emergenza sanitaria, e dal crollo dei pasti fuori casa hanno portato, alla fine dell’estate, a un rinnovo al ribasso per i contratti di fornitura all’industria da parte degli allevatori della Lombardia, che rappresenta la regione con la maggior produzione in Italia e il punto di riferimento per le trattative a livello nazionale. Come evidenzia il rapporto Ismea sulla filiera lattiero-casearia, l’accordo, confermando anche l’indicizzazione per il 30% al prezzo del Grana Padano, ha definito un livello di partenza per il latte crudo a 36,5 centesimi al litro nel mese di settembre (era 41 cent/litro un anno fa) per poi scendere alla fine dell’anno a 35 centesimi.

La maggior disponibilità di materia prima, dovuta anche in parte all’immissione nel mercato secondario del latte non impiegato nella produzione di formaggi grana ha inciso negativamente sulla fissazione del prezzo alla stalla, anche attraverso il ripiegamento dei listini del latte spot (-22% nel mese di settembre sulla piazza di Lodi). Non solo, la tendenza all’incremento produttivo degli allevamenti sta rifacendo emergere meccanismi di controllo delle consegne per il mezzo di penalità oltre una certa soglia di prodotto.

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