Fase 2, Federmoda e Confcommercio su riaperture: “Un danno irreparabile”

Aggiornamento: Confindustria Moda risponde a Federmoda precisando che non esistono accordi o dialoghi sulla restituzione dell'invenduto

Aggiornamento al 6 maggio 2020

 

 

In merito a quanto dichiarato sotto da Roberto Borghi, presidente di Federazione Moda Italia - Confcommercio, Confindustria Moda "smentisce in maniera categorica l’esistenza di dialoghi e accordi con Federazione Moda Italia rispetto alla presunta definizione di un diritto per i commercianti di restituire ai produttori la merce invenduta.

Come già accaduto in passato, anche questa è una notizia basata su dichiarazioni e comportamenti irrituali da parte dei vertici di Federazione Moda Italia – Confcommercio.

 

 

Confindustria Moda è un'istituzione, un’associazione di oltre 65 mila imprese che non può dialogare e concludere accordi su ambiti che per loro natura riguardano esclusivamente le libere scelte di ciascuna impresa associata".

Aggiornamento al 27 aprile 2020

A stretto giro dall'annuncio ufficiale della fase 2 e delle progressive date di riapertura per commercio e ristorazione arrivano i commenti di Federmoda e Confcommercio. I toni sono di forte delusione e preoccupazione, con annuncio di conseguenze gravissime per imprese e lavoratori.

In merito alle nuove disposizioni il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli sottolinea: "Ogni giorno di chiusura in più produce danni gravissimi e mette a rischio imprese e lavoro. Bisogna agire subito e in sicurezza per evitare il collasso economico di migliaia di imprese. Chiediamo al Presidente Conte un incontro urgente, anzi urgentissimo per discutere di due punti: riaprire prima e in sicurezza; mettere in campo indennizzi e contributi a fondo perduto a favore delle imprese".

“Questa sembra la cronaca di una morte annunciata – gli fa eco il presidente di Federazione Moda Italia-Confcommercio, Renato Borghi: "Abbiamo bisogno di ripartire il prima possibile per far fronte alle necessità di cassa di un settore che vive sulla stagionalità. Questo ulteriore slittamento creerà un danno irreparabile: un prevedibile calo di consumi per il 2020 di oltre 15 miliardi di euro che porterà almeno 17mila punti di vendita ad arrendersi, con una perdita di occupazione di oltre 35mila persone”.

“Le aziende del settore – prosegue Borghi – hanno effettuato gli acquisti dei prodotti della stagione in corso circa 8 mesi fa e avrebbero dovuto essere messi in vendita a partire dal mese di marzo; ad oggi tutta la merce è ancora imballata in magazzino ed è destinata a rimanere in gran parte invenduta con il prolungamento dell’obbligo di chiusura. Nel frattempo, i proprietari immobiliari e i fornitori esigeranno da parte nostra il rispetto delle obbligazioni assunte che non saremo, a causa della mancanza di liquidità, in condizione di onorare come in tempo di normalità. Si prefigura un pericolo per la tenuta della filiera e, da questo punto di vista, sollecitiamo Confindustria Moda ad un’assunzione di responsabilità per condividere con il retail il rischio derivante dalla perdita di un’intera stagione, attraverso il diritto di reso".

"Non comprendiamo questa inaspettata e inspiegabile decisione di rinviare ulteriormente l’apertura di altre tre settimane dei negozi, visto che l’Inail ha classificato il nostro settore a basso rischio e che è già operativo il protocollo del 24 aprile per la riapertura in sicurezza. E neppure comprendiamo perché sia prevista una data uguale per tutte le regioni quando invece sono molto diversi i dati epidemiologici di diffusione. Serve ripartire il prima possibile – conclude Borghi – non il 18 maggio. Delusi e preoccupati, chiediamo con forza al Governo di ritornare su questa decisione. Ora urgono liquidità vera attraverso contributi a fondo perduto, zero burocrazia e una moratoria fiscale e contributiva al 30 settembre”.

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