Granarolo: l’impatto fake è difficilmente quantificabile

Secondo Myriam Finocchiaro la comunicazione inesatta sull’alimentare condiziona indubbiamente il mercato. Ma le aziende non dispongono di dati ragionati su cui lavorare (da Mark Up n. 273)

Di fake news si parla molto e in molti ambiti. Ma è in campo economico che le conseguenze di questo (mal)costume -che internet ha reso pervasivo e allarmante- hanno un impatto maggiore. Da questo punto di vista, non tutti i settori sono ugualmente sensibili e non è difficile pensare che l’agroalimentare per le connessioni che il cibo offre con le idee di salute e di benessere sia tra quelli più seriamente esposti. In un ambito così delicato basta poco per addossare a uno specifico comparto rischi senza riscontro nella realtà o per compromettere la reputazione di un’azienda.

Le imprese del food sono chiamate a fare la propria parte: anche se supportate da consulenti devono porre in atto azioni mirate per prevenire le conseguenze da fake news e salvaguardare la propria reputazione, a cominciare dal web. Su questo punto abbiamo sentito Myriam Finocchiaro, responsabile comunicazione, relazioni esterne e Csr di Granarolo, uno dei più grandi gruppi italiani nel settore della trasformazione lattiero-casearia. Il comparto è da tempo al centro di una riconversione valoriale percepita (il più delle volte non supportata da riscontri scientifici precisi) che hanno portato a una progressiva riduzione dei consumi proprio dei prodotti più caratteristici di questo mercato. A partire dal latte.

Qual è l’impatto delle fake news sul settore alimentare? E, in questa prospettiva, il comparto lattiero-caseario manifesta qualche specifica criticità?

Difficile dire quale sia l’impatto in termini quantitativi. Non ci sono al momento dati ragionati disponibili. Indubbiamente il problema esiste e la questione è di stretta attualità. La scorretta informazione nell’alimentare ha un peso più rilevante che in altri settori perché va a influenzare direttamente la salute. Consideriamo che sono due le principali motivazioni che animano chi promuove fake news sull’alimentare: ragioni apparentemente etiche che però fanno leva sulle paure, veicolando informazioni non veritiere; poi ragioni economiche che vogliono spostare l’attenzione su un cibo diverso, di un altro comparto. Questo vale, come intuibile, anche per il settore lattiero-caseario. Alcune notizie false condizionano il mercato e ciò che fa presa -che sia vero o sia fasullo- tende a essere sfruttato economicamente. Esserne consapevoli è fondamentale.

Qual è oggi la sfida più difficile per un brand alimentare?

La sfida che dobbiamo vincere è riuscire a promuovere in modo sistematico una informazione corretta ed equilibrata che faccia riferimento a ricerche condivise dal mondo scientifico. Non è facile in tempi nei quali la semplificazione, la notizia allarmistica e la banalizzazione viaggiano velocemente. I social portano tanti contenuti parcellizzati e mancano spesso gli approfondimenti; si condivide con eccessiva leggerezza, mossi dal dubbio insinuato e dalla paura.

Quali le possibili strategie da mettere in campo?

È un lavoro non banale che richiede formazione costante e specifica, tempi medio-lunghi, monitoraggi, risorse dedicate, collaborazioni anche con le istituzioni. Ecco perché le aziende non possono fare da sole.

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