Granarolo, nessun antibiotico nei campioni di latte

Campagna Granarolo di sostegno al consumo di latte fresco
La precisazione del Gruppo dopo le notizie uscite a mezzo stampa

In nessun campione di latte prodotto da Granarolo è stata rilevata la presenza di antibiotici. Lo specifica una nota del Gruppo in riferimento ai dati riportati da Il Salvagente e da altri giornali, precisando che su un campione è stata rilevata la presenza di un antinfiammatorio, ammesso e abbondantemente al di sotto di tutti i parametri di legge.

“L’Italia ha il sistema di sicurezza alimentare più rigoroso che esiste al mondo”, ha commentato Gianpiero Calzolari, Presidente Granarolo. “Proprio nella consapevolezza dell’importanza di garantire sempre e comunque un latte migliore di quello della concorrenza siamo impegnati in un grandissimo lavoro sulla filiera allevatoriale, un lavoro apprezzato dalle famiglie italiane, dai pediatri e anche dai clienti all’estero. Lavoriamo sempre in sinergia con le istituzioni nazionali e regionali e con le Facoltà di Veterinaria di importanti Università italiane per riuscire a garantire questi risultati al latte della nostra filiera. Apprezziamo il lavoro fatto dai professori e dai ricercatori dell’Università Federico II che pone sotto i riflettori un tema fondamentale come l’antibiotico resistenza, siamo disponibili a condividere con loro il lavoro fatto a beneficio di altri e a lavorare in sinergia per andare ancora oltre”.

L’occasione è anche quella di fare il punto sul controllo in tutta la filiera da parte di Granarolo, che all’anno fa oltre 2 milioni di controllo sul latte in entrata negli stabilimenti del gruppo e che arriva da Granlatte, la cooperativa di allevatori che forniscono il latte.

Nella nota, infatti, viene precisato che tutti gli allevamenti della filiera – latte Alta Qualità, Biologico e Standard - sono certificati sul benessere animale (certificazione sul Benessere Animale in allevamento CSQA DTP122 n.53024 del 12/01/2018), un tema sul quale per il 2020 Granarolo ha chiesto ai propri allevatori di poter rilevare un valore ulteriormente migliorativo e comunque uguale o superiore ai 70/100. Un impegno iniziato già a fine 2019 con incontri all’Università di Bologna e all’Università di Bari con i veterinari degli allevamenti per lavorare anche con loro e introdurre pratiche innovative, andando molto al di là delle prescrizioni di legge.

 

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